mercoledì 7 maggio 2008

Biko e la rinascita delle menti oppresse



"L'arma più potente nelle mani dell'oppressore è la mente dell'oppresso"
Biko

L’apartheid, (“separazione” nella lingua afrikaans), fu istituita dai bianchi in Sudafrica nel secondo dopoguerra e rimase in vigore sino al 1994. L’apartheid tra le sue leggi di segregazione razziale prevedeva: l'imposizione di registrarsi all’anagrafe come appartenenti ai bianchi o ai neri, divieto dei matrimoni interrazziali, perseguibilità penale di chi aveva rapporti sessuali con una persona di razza diversa, favoriva la discriminazione razziale in ambito lavorativo, discriminava l'accesso all'istruzione sfavoreggiando i neri, impediva l'accesso ad alcune zone cittadine alle persone di colore e l'uso, sempre a quest'ultime, degli stessi servizi pubblici dei bianchi (bagni, fontane, sale d'attesa...), istituiva delle sorte di riserve per i neri "bantustan" dove gli abitanti non avevano più la cittadinanza sudafricana e i relativi diritti a essa connessi.

(foto: i cartelli dell’apartheid riportavano i divieti anche in lingua afrikaans)

Steven Bantu Biko, classe 1946, è stato uno dei fondatori del movimento Black Consciousness Movement-BCM- ("movimento per la coscienza Nera") che abbracciando il principio della nonviolenza si proponeva di rimuovere dalla mente delle persone di colore tutti i pregiudizi razziali instillati loro dai bianchi.
Il BCM iniziò a istituire delle scuole clandestine dove alfabetizzare i neri e insegnargli a ritrovare la propria identità culturale tanto dissacrata dai bianchi.
Il movimento faceva propaganda anche attraverso la pubblicazione di giornali (Black Review, Black Voice, Black Perspective, Creativity in Development), istituiva delle manifestazioni di protesta e forniva alcuni servizi pubblici alla popolazione nera come l'assistenza sanitaria gratuita.

Il 6 settembre 1977 Biko fu arrestato e condotto al carcere di Port Elizabeth. Durante la sua detenzione fu brutalmente ferito alla testa e morì il 12 settembre 1977 mentre veniva trasferito nel bagagliaio di un'auto verso l'ospedale di Pretoria, distante circa 1100 km.
La versione ufficiale della polizia fu morte per sciopero della fame.
Biko aveva appena 30 anni.


Intervista di Biko del 1977, anno della sua morte:





La colonna sonora di questo post è la canzone di Peter Gabriel "Biko" incisa nel 1980 (la sua diffusione venne vietata in sudafrica):





Sanremo 1996: Springsteen dedica a Biko la canzone "The Ghost Of Tom Joad"





Il film è invece "Cry Freedom" di Richard Attenborough con Denzel Washington.
Il film racconta l'amicizia tra Biko e il giornalista bianco Donald Woods, direttore del quotidiano liberale Daily Dispatch di Johannesburg.





"È necessario vedere la verità, è l'unica strada per il cambiamento di questa gente che ha smarrito la sua personalità. La prima tappa è fare che l'uomo nero ritorni in sé, iniettare di nuovo la vita nel suo guscio vuoto, infondergli orgoglio e dignità e ricordargli la sua complicità nel crimine quando accetta che l'utilizzino lasciando così regnare il male supremo nel suo paese natale."
“La cosa prima che devono capire i bianchi è che sono esseri umani, non esseri superiori. E la stessa cosa i neri, devono capire che sono esseri umani, non esseri inferiori."
Biko


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«Abbiamo ucciso Biko»
[Massimo A. Alberizzi, «Abbiamo ucciso Biko», Corriere della Sera 29 gennaio 1997]

Ci sono voluti vent'anni, ma alla fine il sipario è stato alzato sulla morte di Steve Biko: il leader antiapartheid (come si era sempre sospettato) è stato assassinato da un gruppo di poliziotti che ieri hanno confessato. Gli agenti hanno chiesto perdono alla speciale commissione per la Verità e la Riconciliazione, presieduta da Desmond Tutu, organo autorizzato a raccogliere confessioni sulle violazioni dei diritti umani durante il regime razzista e concedere amnistie.
Tra gli assassini (almeno 10) figurano il colonnello Harold Snyman, che coordinava gli interrogatori, il tenente colonnello Gideon Mieuwoudtm, il capitano Daantje Siebert e i sottufficiali Ruben Marx e Johan Beneke. Il gruppo ha confessato di aver ammazzato (o fatto ammazzare) durante il regime di segregazione razziale parecchi attivisti neri che lottavano per l'abolizione dell'apartheid.
Tra gli altri, nel 1985, furono uccisi barbaramente quattro studenti, Matthew Goniwe, Sicelo Mhlawli, Fort Calata e Sparrow Mkhonto: furono rapiti, bruciati a sangue freddo, le loro ceneri disperse nel fiume Fish e le loro auto abbandonate al confine con il Lesotho per far credere che i quattro erano fuggiti all'estero.
Steve Biko morì (a quasi 30 anni) il 12 settembre 1977 in un ospedale di Pretoria dove era arrivato (dalla prigione di Port Elizabeth, lontana oltre 1000 chilometri) incosciente per le ferite alla testa provocategli dalle percosse dei poliziotti.
Assieme a Mandela è la figura simbolo della lotta contro la segregazione razziale. Era giovane, ma aveva già entusiasmato le folle con i suoi trascinanti comizi nelle township. Non predicava l'odio razziale contro i bianchi. Come testimonia il suo libro, «Black as I am» («Nero come sono»), invitava i. neri a distinguere tra i bianchi e il loro governo. Non era dunque una questione di razza e colore. Piuttosto era un fatto politico che come tale doveva essere trattato. Lotta a un sistema, dunque, e non guerra generalizzata a chi aveva la pelle diversa.
Per questo, pur essendo amato dalla sua gente, si era attirato le ire degli elementi più radicali delle lotta antiapartheid che gli rimproveravano troppa indulgenza con il «nemico». Accuse in gran parte infondate; la sua analisi sulla politica dell’odiato regime, infatti, era spietata e dura. L'apartheid andava combattuto caparbiamente fino alla sconfitta e alla caduta.
Sapeva però che il nuovo Sudafrica dei suoi sogni, fatto di gente libera e uguale, non poteva fondarsi sull'odio e sulla discriminazione razziale (seppure al contrario), sulle vendette e sulle ritorsioni. «L'odio» ‑ diceva. ‑ «non si combatte con l’odio». Ciononostante non perdeva occasione di accusare il governo sostenendo, tra l'altro, l'importanza delle sanzioni internazionali per isolare il Sudafrica. Memorabile, in questo senso, l'arringa pronunciata davanti ai giudici il giorno dei suo ultimo processo, quello che lo portò alla prigione di Port Elizabeth e alla morte: un atto d’accusa scolpito nelle coscienze di parecchi intellettuali occidentali.
La sua scomparsa suscitò grande impressione in tutto il mondo tanto che gli fu dedicata, una canzone e la sua figura ispirò un film.
L'anno scorso la vedova di Biko, aveva presentato alla Corte Suprema un’istanza per impedire alla commissione presieduta da Tutu di concedere l'amnistia ai responsabili dei crimini più gravi, il ricorso fu respinto.


The Life and Death of Steve Biko

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