venerdì 5 dicembre 2008

Ikea, chiacchere e verità





Non dovrà essere lesinato alcun sforzo pur di mantenere le tariffe ai livelli più bassi […] questi prezzi bassi, ancora oggi giustificati, impongono dunque vincoli formidabili a tutti i nostri collaboratori […]. Senza una rigida limitazione delle spese, non riusciremmo a compiere la nostra missione
Ingvar Kamprad, “Testamento di un commerciante di mobili”.




La storia dell’Ikea inizia nel 1943, quando Ingvar Kamprad, il fondatore, aveva solamente 17 anni.
Ingvar vendeva a porta a porta oggetti di vario genere che riusciva a procurarsi a costi contenuti (penne, portafogli, cornici, orologi, gioielli, sementi, calze di nylon…).
Ikea, così già chiamava la sua impresa, è un acronimo derivante dalle iniziali del nome di battesimo Ingvar Kamprad, di Elmtaryd e Agunnaryd, la fattoria e il villaggio dove Kamprad trascorse l'infanzia.
Nel 1945 la sua attività si accrebbe a tal punto da necessitare di essere ampliata attraverso la vendita per corrispondenza e culmino' nel 1953 quando aprì a Älmhult, in Svezia, un'esposizione di mobili.
La mission era appunto quella di garantire ai consumatori dalle povere tasche un arredamento arricchito dal design allettante e dai prezzi contenuti. La felicità, tutt'oggi, secondo questo grande marchio, consiste nel poter acquistare sempre di più, inaugurando la moda del consumismo in materia di arredo.

2008, dopo 65 anni di attività Ikea, vanta all’attivo un assortimento di 9.500 prodotti, un catalogo stampato in 27 lingue con 198milioni di copie suddivise in 52 edizioni (superando la Bibbia come diffusione), Ikea Food Services ha realizzato vendite per 957 milioni di euro e il numero di collaboratori del Gruppo è di 127.800 in 39 paesi.
Ingvar Kamprad ha cessato la sua attività di presidente del Gruppo nel 1986 e non è più proprietario di IKEA ma continua a dare il suo contributo al management in qualità di Consulente Senior, in sostanza, nella ditta non prende piede alcuna strategia senza il suo consenso.
Le vendite Ikea hanno raggiunto i 21,2miliardi di euro ma l'impresa mantiene una politica di massimo riserbo sul bilancio e sul totale dei ricavi del gruppo, leggiamo dal sito www.senzasoste.it che:

"Fondata nel 1943 da Ingvar Kamprad (un calvinista taccagno amico, tra il 1941 e il 1950, di Per Engdahl e Sven Olov Lindholm, leaders del movimento filonazista svedese), l’Ikea nel 2005 ha fatturato 14.800 milioni di euro [...]. L’Ikea è una delle poche imprese così grandi a non essere quotate in borsa. La sostiene una complicata rete finanziaria tramite la Stitching Ingka Foundation (con sede in Olanda, curioso per un’impresa così nazionalista), associata alla Stitching Ikea Foundation, che possiede la Ingka Holding, che raggruppa tutte le imprese Ikea. La Ingka Holding è gestita a sua volta dalla Ikea International (sede in Danimarca), che assicura gli acquisti, la distribuzione, la vendita e in alcune occasioni la produzione stessa. La Inter Ikea Systems (sede a Delft, Olanda) è la compagnia proprietaria del marchio Ikea. La Ikano, un’organizzazione parallela, raggruppa tutte le società non integrate nella Ingka Holding e le cui sedi si trovano invariabilmente in paradisi fiscali."

"Distruzione dell’ambiente. Dopo gli scandali scoppiati in Danimarca e Germania negli anni ‘80 per la presenza di formaldeide e altre sostanze tossiche nei suoi prodotti, l’origine del legno dei mobili esposti all’Ikea continua ad essere, per la maggior parte, di provenienza dubbia e, con ogni probabilità, ricavata senza nessun controllo da boschi russi o cinesi. Solo nel 2005 si calcola che questo legno di natura incerta ammontasse a 640.000 metri cubi. La voracità di legno dell’Ikea si alimenta con la sua strategia imprenditoriale di obsolescenza pianificata, poiché nessuno dei suoi prodotti è progettato per durare più di due stagioni e, anche se lo facesse, la sua potente macchina pubblicitaria cercherà di convincere i suoi fedeli compratori del contrario, perché uno dei suoi maggiori risultati consiste proprio nell’aver eliminato il valore patrimoniale del mobile per trasformarlo in un prodotto di consumo"


Ikea è figlia di questo tempo dove il capitalismo delle grandi multinazionali ha raggiunto notevoli profitti con comportamenti non etici di sfuttamento sociale e ambientale. Quindi la politica ristretta dei costi di Kamprad fa insorgere alcune domande...
Ikea quali fornitori utilizza e in quali paesi produce?
I prezzi bassi si riflettono sui lavoratori?



Ecco alcuni estratti da un articolo di www.chainworkers.org sulla questione sopra esposta:

"Come spiegare l'infatuazione mondiale per Ikea? Oltre ai bassi prezzi, una chiave del successo risiede nell'immagine di sostenibilità ambientale e sociale che la multinazionale ha costruito. Dopo il primo subappalto straniero (la Polonia, nel 1961), Ikea delocalizza una parte delle sue produzioni, alla ricerca di manodopera economica e sfruttabile. Perciò la percentuale della produzione realizzata in Asia è in continuo aumento. Attualmente, la Cina (celebre per il rispetto dei diritti dei lavoratori...) supera la Polonia, tanto da rappresentare il maggior fornitore della società, con il 18% dei prodotti del gruppo. In totale, il 30% del «made in quality of Sweden» proviene dal continente asiatico. Secondo The Observer, la percentuale della produzione realizzata nei paesi in via di sviluppo è cresciuta dal 32% al 48% tra il 1997 e il 2001. [...]
Sindacati? Inconcepibile! Però, contrariamente a quanto afferma Ikea, i bassi prezzi hanno avuto - e hanno tuttora - un costo sociale notevole. Tra il 1994 e il 1997, tre reportage delle televisioni tedesche e svedesi hanno accusato l'azienda di impiegare bambini in condizioni degradanti in Pakistan, India, Vietnam e Filippine.
L'Asia non ha il monopolio dello sfruttamento «ikeano»: nel 1998, dopo la denuncia delle penose condizioni di lavoro in Romania, il sindacato dei lavoratori del legno e dell'edilizia, l'International Federation of Building and Wood Workers (Ifbww), ha minacciato il boicottaggio della multinazionale, raggiungendo alla fine la firma di un accordo tra i sindacati e il gruppo [...] L'Iway - così si chiama il codice di condotta di Ikea in materia ambientale e di condizioni di lavoro - vieta ad ogni fornitore l'utilizzo di lavoro forzato e infantile. Il punto 7 («Salute e sicurezza degli operai») specifica le condizioni di lavoro dei dipendenti, che devono indossare le necessarie protezioni per la produzione. Esso tutela anche la facoltà dei dipendenti di organizzarsi in sindacato o in altro tipo di associazione, a cui il sub-fornitori non devono opporsi. Inoltre: non è tollerata alcuna discriminazione sulla base di genere, provenienza geografica, status ecc. A livello retributivo, infine, nessuno deve essere pagato meno del minimo salariale fissato a livello nazionale. Il carico orario di lavoro settimanale non può oltrepassare il limite legale. Redigere un codice di condotta per annunciare semplicemente che si segue la legge può apparire bizzarro. Come se qualcuno dichiarasse solennemente di essere pronto a guidare a sinistra in Gran Bretagna. Tuttavia, l'impatto dell'Iway è stato positivo sulle condizioni di lavoro dei dipendenti delle imprese di subappalto? Per quanto riguarda il lavoro dei bambini (argomento sensibile per le coscienze occidentali), Ikea ha sicuramente sradicato tale pratica nei «suoi» stabilimenti, anche se l'Iway preferisce basarsi sulle leggi locali e precisa che «le legislazioni nazionali possono consentire l'impiego di persone tra i 13 ai 15 anni o dai 12 ai 14 anni per lavori leggeri ».

Per l'organizzazione degli operai in collettivi o in sindacati, o per il pagamento degli straordinari, è un altro discorso. Così, nel corso di un viaggio, nel maggio 2006, in un villaggio vicino a Karur, un centro tessile indiano del Tamil Nadu, nel sud-est del paese, abbiamo tentato di incontrare i dipendenti di un'azienda subappaltatrice. Shiva, sulla trentina circa, vorrebbe rispondere alle poche domande del visitatore occidentale ma la madre, un'anziana indiana dai capelli bianchi, è preoccupata. E se Shiva perdesse il lavoro? [...] Non c'è nulla di cui aver paura, tuttavia. La giovane donna in realtà non critica il suo datore di lavoro. Racconta di pause-tè, di protezioni per gli occhi e per le mani. Evoca un ambiente sano. E ciò è vero.
«Ikea offre condizioni migliori, non c'è dubbio», afferma Maniemegalai Vijayabaskar, professore assistente al Madras Institute of Development Studies. Lo studioso, che ha collaborato a una ricerca commissionata da Oxfam-Magasin du monde sui fornitori della multinazionale del mobile, aggiunge comunque: «Si creano un volto umano per evitare critiche e controversie. Ma non fanno molti sforzi per migliorare le condizioni di lavoro».
Le condizioni di lavoro? A prima vista, sono buone. I locali sono puliti e areati. Ci sono le pause-tè e materiale di qualità. Infine, l'Iway è affisso sulle pareti dell'azienda. Ma... nel 2003, il sindacato olandese Fnv ha commissionato all'organizzazione non governativa olandese Somo, specializzata in valutazione sociale delle multinazionali, un'inchiesta sui fornitori di Ikea in tre Paesi: l'India, la Bulgaria e il Vietnam. Per ciascun caso, i ricercatori hanno incontrato gli operai di tre o quattro imprese e hanno realizzato interviste al di fuori del luogo di lavoro. Hanno visitato gli stabilimenti e parlato con i quadri delle aziende.

Le conclusioni si riferiscono a dieci fornitori, che contano circa duemila dipendenti. Somo constata: «Si evidenziano ancora numerose violazioni del codice di condotta Ikea in tutti e tre i paesi e in tutte le imprese studiate». Le infrazioni più frequenti riguardano la libertà di associazione, il diritto alla contrattazione collettiva, i salari e gli straordinari. Nella situazione peggiore: nessun sindacato, sette giorni di lavoro su sette, salario minimo non rispettato. E ovviamente nessuno conosce i propri diritti e gli impegni della multinazionale del mobile.
Storia antica? Da quanto abbiamo potuto constatare in India nel 2006, presso i fornitori in subappalto di Ikea non esiste alcun sindacato.
Ufficialmente, la presenza sindacale è tollerata ma, ad ascoltare Shiva, non sarebbe necessaria: «Quando c'è un problema, ci riuniamo e ne discutiamo. Di solito per ricevere istruzioni sulla pulizia dei bagni, per esempio. E se ho un'esigenza, posso comunicarla al responsabile». Forse per la giovane età di Xana, un'altra operaia, e l'assenza di bambini da sfamare, la risposta suona diversa: «Un sindacato? No, non accetterebbero. E se ci sono controlli nella fabbrica, i padroni ci ripetono le bugie da ripetere...».

La situazione non è anormale in questa regione. Ogni iniziativa sindacale è soffocata alla nascita. È proprio questa la situazione che cercava Ikea, come ogni multinazionale che si stabilisce in India. Essa consente salari particolarmente bassi. Shiva dice di guadagnare 2.300 rupie al mese (40,20 euro). Paga 500 rupie (8,70 euro) al mese per recarsi in autobus al lavoro. Alla fine, questa retribuzione è sufficiente per vivere? Shiva sorride pudicamente. Quando la madre cucina davanti alla casa, la ricetta è sempre la stessa: «Si mangia in modo semplice, zuppa o soprattutto riso col sugo». E la carne? «Sì, una volta a settimana, la domenica. Ma non questa domenica perché è la fine del mese». L'incontro si è svolto il 20 maggio 2006.

ll codice di condotta Ikea non dà da mangiare ai dipendenti. Non fornisce nemmeno l'arredamento. Non vediamo scaffali Billy o letti Malm... l'abitazione di Shiva è spartana: due camere, qualche calendario sul muro, foto in bianco e nero, due materassi, due piccoli bauli come guardaroba. Un orologio, qualche rappresentazione religiosa.
Quando le ho chiesto cosa farebbe con 1.000 rupie in più al mese, Shiva ci ha descritto il suo modesto sogno di benessere: «Prenderemmo una cucina con una bombola di gas. Cucinare sul fuoco è difficile, con tutto questo fumo negli occhi. Nella stagione delle piogge, è difficile trovare legna secca. E raccogliere la legna è un lavoro duro». La povertà di Shiva non è un'eccezione nell'universo dei fornitori di Ikea. Piuttosto, è la regola.[...]"








Articoli citati e letture consigliate:
- "Ikea, quando l'abito non fa il monaco" dal sito www.chainworkers.org;
- "Ikea, un modello da smontare" dal sito www.senzasoste.it.
Letture consigliate:
- "Ikea che cosa nasconde il mito della casa che piace a tutti?";
- "Nella villetta di mister Ikea, vi racconto la mia vita da tirchio" , articolo del Corriere della Sera su Kamprad.


17 commenti:

Lara ha detto...

E' iniziata come una fiaba, una fiaba del nord, per continuare e finire nello scontro con la realtà.
Una realtà purtroppo comune a molte Aziende.
Non ho le prove di quanto affermo (non sono brava com te, Gio a compiere questo importante tipo di ricerche) ma le Aziende che non falliscono funzionano in questo modo, portando il lavoro nei paesi dove la manodopera costa un niente.
E fortunatamente il fenomeno dei bambini obbligati a lavorare è diminuito. Ma lo sfruttamento no.

Ciao!

hollow ha detto...

Bellissima analisi.

Alligatore ha detto...

Non sono mai stato all'Ikea e non ho mobili dell'Ikea. Dopo questa interessante lettura me ne vanto e sono sicuro che non ci metterò mai piede. Grazie Gio...

Gap ha detto...

"Gran bel post", lascia poco spazio a commenti. C'è solo da leggere e approfondire ciò che tu dici. Probabilmente molti di noi erano a conoscenza della genesi dell'Ikea, ma ricordare non fa mai male.
Sempre per la questione del dito e la luna, mi sento di affermare che purtroppo non tutti si preoccupano o possono preoccuparsi di ciò che tu così bene esponi.
Alla giovane coppia (o chi non ha molti soldi in genere, e sono/siamo sempre di più) che finalmente riesce ad andare a vivere da soli, i mitici bamboccioni, con pochi soldi a disposizione i problemi etici che l'acquisto dei mobili Ikea pone, non interessano poi molto. Oppure interessano tanto ma non hanno altre soluzioni.
Il problema è individuare una soluzione alternativa all'acquisto da Ikea. Più di qualcuno, a Roma, si rivolge all'associazione Emmaus che raccoglie mobili ancora in buone condizioni, abbigliamento, libri e altre cose riutilizzabili e le vende a prezzi accessibili. Ma questa ipotesi può andare bene per degli occidentali che hanno fatto dell'apparire più dell'essere il loro modello di vita?

andreacamporese ha detto...

Un bellissimo intervento, complimenti per la ricerca e la varietà di fonti.
Non sono mai stato un grande amante dell'IKEA (ci comprai solamente un tappetino per la cucina otto anni fa), così come tento di evitare, come e quando posso, qualsiasi grande catena o centro commeciale...
Saluti

l'incarcerato ha detto...

è vero, un ottima analisi. Hai iniziato come se fosse una bella fiaba e poi la verità nuda e cruda.

Ottimo l'intervento di GAP che io approvo in tutto e per tutto.

Sabatino Di Giuliano ha detto...

Perdonami la segnalazione su questo post. Poi cancellalo questo commento.
Ti ho segnalato per il premio Dardos. Sono un tuo convinto lettore e sostenitore.
Enjoy your life

La Mente Persa ha detto...

Grazie a tutti quanti.
Benvenuto ad Andrea (ho sbirciato in fretta e furia il tuo blog e desidero ritornarci con maggiore calma domani);)

Ikea come ho scritto sopra, la considero figlia di questo tempo. Come tante altre imprese del nostro secolo è portata, per motivi concorrenziali, a seguire le orme dei ricavi facili derivanti dallo sfuttamento sociale nei paesi meno sviluppati.
E' forse impossibile diventare grandi marchi senza cadere in questi meccanismi?
Non lo so, ma non voglio scusare nemmeno certi comportamenti...
Sinceramente, non ho tanta fiducia nel boicottaggio, ci vorrebbero tante aziende equosolidali e controlli più severi uniti a leggi internazionali per sfavorire atteggiamenti di sfruttamento.
Inoltre, credo sia la MODA quella peggiore nel tartassare i propri lavoratori (e pensare a quanto guadagnano!).

Gap, "bel commento". Non credo ci si accontenti di mobili o vestiti da poco o di seconda mano, come sostieni tu, siamo troppo abituati ad apparire. Veniamo giudicati in base all'esteriorità.
Come tante altre persone che vivono precariamente in affitto, possiedo tanti mobili/mobiletti Ikea o simili, non ci sono molte altre opportunità di risparmio, stesso discorso vale per chi compra nei discount o prodotti made in China a poco prezzo alla Coop, in Italia i magri stipendi non ci danno spesso la possibilità di scegliere vie migliori e finiamo per alimentare un giro vizioso dove siamo vittime e carnefici.
gio

La Mente Persa ha detto...

@Sabatino: stupende le tue foto!
Grazie domani passo a prendermi il premio :)
gio

Punzy ha detto...

Ottimo articolo Gio, complimenti.
la questione Ikea mi interessa particolarmente; io personalmente la schifo e la odio ma:

non credo nel boicottaggio, temo che un calo delle vendite e dei profitti farebbe saltare la testa di tanti lavoratori che hanno bisogno, con conseguenze ovviamente devastanti per loro e per le loro famiglie.
Sapevo anche della qualita' (per modo di dire) dei suoi legni e delle origini losche
Non so se una grande azienda puo' diventare grande senza diventare sporca, voglio rimanere convinta che sia possibile, mi serve per sperare in un futuro migliore.

detto questo, passiamo all'atto pratico. Io e il mio compagno abbiamo comprato una cucina dell'iKea, letteralmente con la bava alla bocca; riassumo brevemente la situazione:
soldi pochi
casa in affitto, in cui non era possibile modificare nulla (muri finestre ecc) per cui obbligati alle misure concesse dal proprietario dell'appartamento
Latrocinio schifoso e subdolo dei mobilifici contattati inizialmente, i quali ti vendono obbligatoriamente gli elettrodomestici con la cucina stessa ammollandoti robaccia ad alto consumo (il che vuol dire bolletta alta e spreco energetico immondo). Se sceglievi qualcosa di classe piu' elevata i costi (persino quelli di Mondo convenienza) arrivavano ad una cifra per noi fuori budget (ma di parecchio)

Dopo mesi (e non sto scherzando) mesi di giri, alla fine ci siamo arresi: dovevamo prendere possesso dell'appartamento e non potevamo piu' aspettare;abbiamo odiato ogni singolo giorno in cui siamo dovuti andare all'Ikea..e io non sono una che ama apparire, anzi..il 40% dei miei mobili e' stata una gentile donazione di amici a cui non occorrevano piu' :)))

per cui la mia domanda finale e':
fino a quando le condizioni economiche disagiate perdureranno, i mobilifici accetteranno di prendere mazzette dai produttori di elettrodomestici e non sara' possibile per nessuno acquistare una casa, quando mai Ikea subira' pressioni dai consumatori per modificare i propri comportamenti?

La Mente Persa ha detto...

@Punzy: infatti Punzy, Ikea è attenta alle richiesta dei suoi consumatori e un loro reclamo potrebbe fare la differenza.

Sono della tua stessa opionione riguardo al boicottaggio, anche perchè, mi ripeto, gli altri mobilifici non cari e i grandi supermercati sono pieni di prodotti realizzati nel 3mondo con costi sociali alti!

marina ha detto...

bell'articolo, motivato ed esauriente.
Ikea non è l'isola felice e bisogna dirglielo in ogni modo
marina

Gap ha detto...

La cara Punzy è l'esempio ottimale di ciò che dicevo. Colpevolizziamoci ma senza esagerare.
Lo facciano i "pariolini" che si vedono da Ikea, con la puzzetta sotto il naso, a far compere quando potrebbero essere più attenti a quei bisogni e quelle esigenze di cui parlavamo.

progvolution ha detto...

Post interessante e completo. Bel lavoro
Sussurri obliqui

Alligatore ha detto...

Chiapperi, ma se costano poco ci vado. Hai fatto una bella pubblicità all'Ikea... scherzi a parte, è un problema serio quello della qualità/prezzo/dirittiumumani/ambiente. Con la crisi attuale, ancora più serio.

Daniele Verzetti il Rockpoeta ha detto...

Mai comprato all'Ikea e non mi aspettavo certo che fosse migliore di altre multinazionali...

♥gabrybabelle (^..^) ha detto...

è gia JO',vittime e carnefici,ma se solo si puo' meglio evitare ;-)