venerdì 28 novembre 2008

Calunnia! Calunnia!

Ambasciatrice Anna Della Croce Brigante Colonna

Cecilia Wikström del Partito Liberale svedese


La Svezia, famosa nel mondo per il suo efficentissimo welfare, paese garante della buona istruzione scolastica, con un tenore di vita così elevato da entrare nei primi posti Onu in merito allo sviluppo umano, invece di crogiolarsi beatamente nel suo benessere cosa ti combina???
Calunnia l'Italia!
Si, avete capito benissimo, dileggia il bel paese invece di trastullarsi con il gossip su Carlo XVI Gustavo di Svezia e famiglia!


Ecco i fatti oggetto della diatriba:

- Dal giornale svedese The Local del 26.11.2008, (grazie al sito: italiadallestero.info): -

L’ambasciatrice italiana in Svezia ha contestato una petizione iniziata questa settimana da un membro del parlamento svedese a sostegno del famoso scrittore italiano Roberto Saviano.L’ambasciatrice Anna Della Croce Brigante Colonna ha detto che la sua obiezione riguardava le espressioni usate nel documento, le quali suggerivano che in Italia non c’è libertà di stampa e che Saviano è stato costretto dalle autorità a lasciare il Paese. [...] Il membro del Partito Liberale Cecilia Wikström, ha scritto: “La Svezia è stata una delle prime nazioni al mondo a inserire la libertà di parola nella sua costituzione. Di conseguenza, abbiamo il dovere di combattere per questa libertà e mostrare al mondo, e in questo caso all’Italia, che la libertà di stampa è un diritto umano fondamentale e inviolabile. L’Italia deve adesso prendersi la responsabilità di proteggere quegli individui che sono tanto coraggiosi da usare questa libertà fondamentale”. La Della Croce Brigante Colonna ha detto a “The Local” che questa frase implica qualcosa di terribilmente calunnioso verso l’italia e che è suo dovere rispondere. In una lettera indirizzata a Per Westerberg, il portavoce del parlamento svedese, l’ambasciatrice ha affermato che i commenti della Wikström erano del tutto ingiustificati, in particolare dove si fa l’assunzione che l’Italia non riconosce la libertà di parola.


Cose che capitano quando il primo ministro svedese, Fredrik Reinfeldt, è un pargolo di soli 43 anni. Berlusconi, al contrario, possiede il valore intrinseco dell'annata 1936, questo gli permette di affrontare la crisi economica pieno del suo altezzoso ottimismo.

Quindi, Mente Persa, sorride ricordandosi la presenza in Italia di Emilio Fede, sufficiente in sè a decretare la validità della famosa classifica sulla libertà di stampa nel mondo che vede il bel paese piazzarsi al 40° posto, dopo Cile e Corea del Sud.


Ah! Vi segnalo questo post dal blog del Russo:

Ieri su il Sole 24 Ore sono stati pubblicati i dati dell'Osservatorio di Pavia relativi a ottobre 2008: per quanto riguarda le tre reti Mediaset: su Rete 4 il 90% del tempo è dedicato al Pdl e l’8% agli altri; su Italia 1 il rapporto è 80 a 17 e su Canale 5 siamo a 63 a 23.
Visto chi è il proprietario non male, pensavo peggio...




"Meno Male che Silvio c'è", parodia.

martedì 25 novembre 2008

D'Alema, il più uguale degli altri




Testo:
"Buongiorno a tutti.
Innanzitutto un bel consiglio per gli acquisti: è uscita la raccolta con le seconde nove puntate di "Passaparola".
Si intitola: "Senza Stato, né legge". Lo dico perché ci autofinanziamo in questo modo ed è giusto far sapere che chi vuole, chi è interessato a conservare la serie dei nostri interventi, magari anche perché trova qualche difficoltà di collegamento o di linea, lo può fare. Ci manteniamo così, e se qualcuno ci da una mano possiamo continuare in futuro a mantenere vivo questo spazio.
Questa settimana parlerei di un signore, anzi due ma uno è legato all'altro, non esiste l'uno senza l'altro, che stanno terremotando quel poco che rimane ancora di opposizione o presunta tale in Parlamento.
Di questa coppia: D'Alema e Latorre. Sono un po' come Gianni e Pinotto. Viaggiano sempre in coppia.
Una volta uno era il capo l'altro il portaborse, poi a un certo punto il portaborse fu promosso e divenne addirittura senatore e vicecapogruppo dei DS al Senato e in questa legislatura vicecapogruppo del PD al Senato.
La massima autorità dopo Anna Finocchiaro dell'opposizione, immaginate come siamo messi.
Questo Latorre, tre anni fa, l'estate del 2005, fu beccato con i pantaloni in mano, praticamente, mentre allenava a bordo campo due dei tre scalatori delle scalate dei furbetti del quartierino: quello che stava aggredendo il Corriere della Sera, Ricucci, e quello che stava aggredendo la BNL, Consorte.
Mentre D'Alema fu preso soltanto mentre collaborava alla scalata di Consorte, cioè di Unipol, alla Banca Nazionale del Lavoro.
Oggi i due stanno tornando a far danni, non in ambito finanziario stavolta dove hanno già fallito tant'è che la BNL non è passata all'Unipol: i loro sforzi si sono rivelati vani oltre a essere dei poco di buono sono anche dei noti cialtroni quindi non riescono a portare a termine le loro furberie.
Oggi stanno creando danni perché Latorre è quello che ha screditato, ammesso che ce ne fosse bisogno, il PD andando a scrivere i testi su un pizzino a un suo omologo dall'altra parte, al vicecapogruppo del PDL Bocchino, nella famosa immagine carpita a Omnibus su La7.
Quando Bocchino è in difficoltà, Latorre lo soccorre.
Questo naturalmente ha prodotto un certo terremoto nel PD visto che certe cose si sono sempre fatte di nascosto, certi soccorsi rossi o rosè si sono sempre prestati al centrodestra ma senza farsi notare.
Stavolta era proprio sotto gli occhi delle telecamere, ci voleva un'intelligenza come quella di Latorre per arrivare a tanto e meno male che è successo così anche gli scettici possono vedere.
Non quanto siano uguali, non c'è niente di uguale tra PD e PDL, ma quanto sono complementari, come dicono Veltri e Beha, l'attuale maggioranza e l'attuale sedicente opposizione targata PD.
Devo dire che se si ci fosse in Italia l'attenzione che si deve prestare all'immediato, non dico al passato, già bastavano e avanzavano le telefonate di Latorre e D'Alema con Consorte - e per Latorre pure con Ricucci - per tagliare corto e dire "questi hanno fatto abbastanza danni, li rimandiamo a casa".
Invece no, c'è voluto un pizzino per capire chi è Latorre e naturalmente vedrete che questo pizzino verrà prontamente dimenticato e perdonato nel giro di pochi giorni perché da noi non paga mai nessuno per le malefatte.
Pensate soltanto a quante centinaia di migliaia di voti hanno fatto perdere questi signori con le scalate bancarie nella campagna elettorale che Prodi cominciò nell'autunno del 2005 in largo vantaggio e assottigliò fino al punto di pareggiare con Berlusconi nel 2006.
Era la campagna elettorale nella quale, giustamente, i giornali di Berlusconi usavano le intercettazioni di Fassino: "abbiamo una banca!".
Sputtanamento che poi proseguì quando poi uscirono quelle di D'Alema e Latorre in cui D'Alema, come vedremo, diceva a Consorte "facci sognare!".
Questi danni non sono mai stati pagati perché nessuno ha mai fatto i conti con quella stagione.
D'Alema, che non è stupido, capì, quando uscirono queste telefonate e l'anno scorso quando la Forleo le trasmise al Parlamento, che la base era completamente sconcertata.
Che bisognava tirarsi da parte per un po', inabissarsi come si dice in Sicilia: "calati, giunco, che passa la piena", in modo che la gente dimenticasse.
Oggi abbiamo dimenticato, ecco perché ne parliamo.
Bisogna rifare memoria di quelle telefonate perché nessuno ci ha fatto i conti e nessuno ha mai pagato il pedaggio.
Intanto di cosa parliamo? Del fatto che nell'estate del 2005, protetti dal governatore Fazio e dal Premier Berlusconi, ma anche dai vertici dei DS e della Lega Nord, una masnada di avventurieri, speculatori, immobiliaristi, palazzinari decide di mettere le mani su un pezzo dell'editoria, la più grande casa editrice indipendente dalla politica cioè la Rizzoli - Corriere della Sera, e su due banche strategiche come la Banca Nazionale del Lavoro e la Banca Antonveneta.
Gli scalatori agiscono, in apparenza, su tre fronti ma in realtà sono incrociati fra di loro perché le tre scalate sono una sola che si propone di ridisegnare a immagine e somiglianza di Fazio, Berlusconi, D'Alema e Bossi un pezzo del capitalismo e un pezzo dell'editoria italiana.
Le mani dei partiti, che ormai sono vassalli di questi finanzieri, su un pezzo di sistema bancario e un pezzo di sistema dell'informazione.
L'operazione non riesce perché fortunatamente c'è la procura di Milano che chiede le intercettazioni e fortunatamente c'è un GIP come Clementina Forleo che le concede, per cui vengono tutti preso con le mani nel sacco e il sorcio in bocca, con la coda che usciva ancora dalla bocca, mentre stanno tutti violando le regole penali e di borsa.
Che impongono, come voi sapete, a chiunque voglia prendersi un'azienda rastrellando le azioni di dichiararsi e uscire allo scoperto quando ha raggiunto il 30% del controllo azionario di quell'azienda.
Vuoi comprarti una banca? Quando arrivi al 30% devi dichiararti e lanciare l'OPA, cioè il resto delle azioni lo devi comprare sul mercato pagando le azioni ovviamente di più.
Se dichiari di voler comprare una società il valore delle azioni sale, i risparmiatori che hanno le loro azioni le vedono sopravvalutare, te le vengono a vendere, tu le compri e ti assicuri la società con benefici per tutto il mercato.
Così funziona una borsa democratica in un sistema di libera concorrenza. Così dice la legge Draghi, invece questi furbastri non volevano lanciare l'OPA e quindi accumulavano pacchetti azionari all'insaputa del mercato.
Addirittura, visto che non volevano nemmeno tirar fuori i soldi, per esempio Consorte, assicurandosi che le azioni della BNL le prendessero cooperative, società di prestanomi, finanziarie amiche sue senza vendergliele se no lui avrebbe dovuto comprargliele e non aveva i soldi.
Ricorderete che l'UNIPOL era grossa un quarto rispetto alla BNL che voleva comprare.
Era una pulce che voleva mangiarsi un elefante.
Quindi, per controllare l'elefante, la pulce si mise d'accordo con altre pulci perché ciascuna tenesse il suo pacchetto lì e occultamente restasse alleata con lui.
Perché? Perché c'era un altro pretendente a rilevare la BNL, il Banco de Bilbao dei Paesi Baschi, che come prevede la legge italiana aveva lanciato l'OPA e stavano aspettando di vedere chi entrava nella rete.
Loro compravano pagando, lui, Consorte, faceva il mosaico delle pulci per arrivare al 51% senza doversi dichiarare e strapagare queste azioni, in barba alla legge Draghi.
Questa è l'accusa che viene mossa a lui come a Fiorani per la scalata della Popolare di Lodi all'Antonveneta, come viene mossa a Ricucci per la scalata al Corriere della Sera anche se Ricucci, per lo meno, pur avendo secondo l'accusa tradito e truffato il mercato borsistico, i soldi ce li metteva.
Era molto liquido, Ricucci, con le compravendite mirabolanti di immobili.
Arriviamo nell'estate del 2005 quando si creano delle difficoltà.
Chi interviene a mantenere Consorte da una parte e gli altri? I politici.
I politici non sono i padroni dei finanzieri, intendiamoci, sono i finanzieri che sono padroni dei politici! I politici ormai sono delle specie di agnellini, di cani da compagnia, da riporto.
Che però possono servire per fare questo o quel favore, ma comanda il finanziere.
Abbiamo questo Consorte che parla con Latorre e con D'Alema che sono i suoi referenti al vertice dei DS anche se i DS in quel momento avevano come segretario Fassino.
Il povero Fassino, ricorderete, nelle telefonate fa la figura del pirla, la figura del cornuto, quello che è l'ultimo a sapere le cose. A Fassino lo avvertono a cose fatte perché dicono, tra sé e sé, tanto lui non capisce.
Invece quelli che stanno nel cuore dell'operazione, insieme a Consorte, sono Latorre e D'Alema.
Infatti spesso Latorre passa il telefono a D'Alema nella speranza che così D'Alema sia immune da intercettazioni, pensate che intelligenza.
Quello che dici viene impresso sia che parli su un telefono sia che parli su un altro! Il fatto, poi, che fosse intercettato il telefono di Consorte fa si che Latorre potesse cambiare tutti i telefoni di questo mondo ma intanto quello che diceva finiva sempre nell'intercettazione del telefono di Consorte.
Questi politici passano per dei geni e in realtà sono talmente stupidi che uno fatica a credere che siano così stupidi!
Pensate soltanto che quando D'Alema viene a scoprire, non si sa da chi, grazie a una fuga di notizie che nessuno ha mai chiarito, che ci sono i furbetti del quartierino e addirittura il governatore Fazio sotto intercettazione, si affretta ad avvertire Consorte di stare attento alle telefonate.
E come lo avverte? Telefonandogli sul telefono intercettato!
Uno dice: "cos'è, un idiota?" No, è il politico più intelligente che abbiamo, quindi figuratevi gli altri!
Siamo al 5 luglio 2005, Latorre chiama Consorte:
"Beh, dimmi tutto caro. Come stanno le cose?"
Consorte: "Stiamo così, Nicò: allora diciamo che domani è il giorno chiave, perché l'ingnegnere - cioè Caltagirone che aveva azioni BNL e che speravano si schierasse con UNIPOL - e i suoi accoliti si sono defilati e vogliono vendere.
Allora ci sono due problemi: il prezzo, gli abbiamo offerto 2.6 € ad azione prendere o lasciare..."
Latorre: "ma che prendete il 26% di BNL?".
Consorte: "il 27%". Aveva il 27% di BNL.
"Minchia!" dice Latorre.
A un certo punto Consorte dice: "comunque è una cosa che voglio parlare con te e Massimo - D'Alema - a parte." Il problema adesso qual è?
Queste quote le devono comperare terzi, e già il 27% di BNL che Caltagirone vende mica se le prende Consorte, se no dovrebbe tirare fuori i soldi e non li ha.
E allora Latorre dice: "beh certo, non le potete prendere voi". Mica potete fare le cose regolari, dice giustamente Latorre... con quella faccia.
Consorte risponde: "esatto!". Chi è che compra per conto di Consorte? Le banche e le cooperative, quindi "io ho un problema di gara contro il tempo perché sto convincendo questi qui, ma ognuno di loro ha un problema specifico.
Cioè bisogna parlare con le cooperative, e convincerle, e bisogna parlare con Caltagirone perché ci stia al prezzo pattuito.
E allora Latorre dice: "ma che, devo far fare una telefonata a Massimo all'ingegnere?". Cioè deve far chiamare D'Alema a Caltagirone? Perché se Caltagirone lo chiama D'Alema... e beh, Caltagirone, palazzinaro, editore...
Consorte: "e guarda... ci ho riflettuto, per quello ho chiamato. Mi devi tempo, Nicola, fino a domani pomeriggio... è meglio che Massimo fa una telefonata".
Perché? Perché a questo punto se le cose non vengono fatte si sa per colpa di chi.
Poi noi non sappiamo se venga fatta la telefonata, è probabile che non venga fatta anche perché poi Caltagirone, ben conoscendo chi c'è dietro a Consorte, alla fine fa quello che gli dicono e che gli viene suggerito dal clima generale.
Tenete presente che siamo a pochi mesi dalla vittoria del centrosinistra, comunque la finanza aveva tutto l'interesse a favorire un gruppo come l'UNIPOL, così vicino ai DS.
A questo punto, passano alcuni giorni, e c'è un altro problema. Il 14 luglio del 2005, D'Alema parla con Consorte, sul telefono suo direttamente.
Lo chiama alle 9.46 per avvertirlo di aver parlato con Vito Bonsignore, che è un altro azionista della BNL, un europarlamentare dell'UDC, pregiudicato per corruzione - naturalmente, se no non stava in quel partito.
I due si sono parlati al Parlamento europeo, sono entrambi parlamentari europei: uno sta nell'UDC, l'altro nei DS. Uno gruppo popolari europei, l'altro gruppo socialista europeo. In teoria sarebbero su due fronti contrapposti, ma si ritrovano amorevolmente per parlare d'affari.
Perché? Perché l'UNIPOL ha bisogno che anche Bonsignore porti le sue quote in alleanza con Consorte onde evitare che si schieri con gli spagnoli del Bilbao, se no fuggirebbe una quota d'azioni.
E chi va a parlare con Bonsignore? Non ci va Consorte, ci va D'Alema e poi telefona a Consorte per dargli notizia di com'è andato il colloquio.
Dice: "parlo con l'uomo del momento?"
Consorte: "l'uomo del momento? Lo sfigato del momento!"
D'Alema: "a che punto siete?... no ma non mi dire nulla... no ti volevo dire una cosa..."
Consorte: "è tutto chiuso..."
D'Alema: "è venuto a trovarmi Bonsignore"
Consorte: "si, ci ho parlato ieri"
D'Alema: "che da un consiglio"
Consorte: "si, se rimanere dentro o vendere tutto."
Il problema è che Bonsignore chiede "volete comprarle, le mie azioni, o volete che me le tenga e resti alleato occultamente con voi?"
E' proprio quello che vuole Consorte: non le vuole comprare, le azioni, vuole mettere insieme a tante pulci anche Bonsignore col suo pacchetto in tasca.
Dice D'Alema: "voleva sapere se io gli chiedevo di fare quello che tu gli hai chiesto di fare..."
Cioè: è D'Alema che mi chiede questa cosa o solo Consorte?
Risponde Consorte: "ah ah!"
D'Alema: "Bonsignore voleva altre cose, diciamo..."
Consorte: "eh, immaginavo, non era disinteressato".
D'Alema: "voleva altre cose a latere su un tavolo politico. Ti volevo informare che io ho regolato, da parte mia".
Cioè io il favore politico gliel'ho fatto.
D'Alema prosegue: "lui mi ha detto che resta, ha detto che resta - cioè resta col pacchetto in mano, alleato dell'UNIPOL - è disposto a concordare con voi un anno, due anni - se le tiene lì un anno, due anni per fare da prestanome a Consorte - il tempo che vi serve"
Tanto D'Alema ha già fatto il favore politico in cambio.
Consorte: "sì sì, ma lì..."
D'Alema dice: "ehi Gianni, andiamo al sodo: se vi serve resta"
Consorte: "sì sì sì sì". E basta.
D'Alema: "e poi noi non ci siamo parlati, eh!"
Consorte: "no, assolutamente. Lunedì lanciamo l'OPA. Abbiamo finito".
Ecco, questi hanno già il controllo della banca e invece di lanciarla prima, la lanciano dopo. Quindi Consorte conclude confessando il suo aggiotaggio, cioè la sua truffa ai danni del mercato borsistico.
D'Alema, ovviamente, non fa una piega come non fa una piega Latorre nel sapere che questi le quote le fanno comprare da società bancarie e finanziarie anziché in proprio.
Ultima telefonata, che da il peso e il respiro politico del grande statista Latorre, è la telefonata che Latorre fa con Stefano Ricucci.
Sì, perché Latorre parlava anche con Stefano Ricucci mentre questo faceva la scalata al Corriere della Sera.
Questa è una telefonata del 18 luglio. Mentre Fassino telefona a Consorte dicendo: "allora, siamo padroni di una banca!", la famosa telefonata che lo ha sputtanato in piena campagna elettorale, pubblicata dal Giornale di Berlusconi, Latorre chiama Ricucci.
Ricucci ha pure fatto un grosso favore a Consorte, rilevando le quote nella BNL di Caltagirone e alleandosi con UNIPOL. Si sente quasi un diessino ad honorem, e lo dice a Latorre.
I due sono amiconi, affettuosissimi, come se fossero Berlinguer e Natta. Dato che le nuove generazioni sono questa farsa che abbiamo visto, qui invece di Berlinguer e Natta abbiamo Latorre e Ricucci.
Dice Latorre: "Stefano!"
Ricucci: "Eccolo, il compagno Ricucci all'appello!". Avrà avuto anche il pugno alzato, probabilmente.
Latorre: "ah ah!"
Ricucci: "Ormai questa mattina a Consorte gliel'ho detto eh: datemi una tessera - dei DS - perché io non ce la faccio più!"
Vedete che continua questa commistione: Ricucci telefona a Consorte per chiedergli una tessera dei DS, come se Consorte fosse il leader dei DS. E' la stessa confusione che aveva in testa Fassino quando diceva: "siamo padroni di una banca, anzi siete padroni di una banca".
Non capiva bene dove finivano i DS e cominciava l'UNIPOL, eppure uno è un partito e l'altro un'assicurazione. Pensate che roba.
"questa mattina a Consorte gliel'ho detto eh: datemi una tessera - dei DS - perché io non ce la faccio più!".
Latorre: "Ma ormai sei diventato un pericoloso sovversivo"
Ricucci: "eh si eh!"
Latorre: "Un pericoloso sovversivo rosso, oltretutto!"
Ricucci: "c'è anche il bollino, stamattina: ho preso da UNIPOL tutto, ho messo tutto a posto, abbiamo fatto tutte le operazioni con UNIPOL quindi... non ti posso dire niente eh..."
Come dire "adesso mi dovete eterna gratitudine".
Latorre: "si si si... non possiamo... dobbiamo parlarci un po'".
Queste sono le telefonate che danno l'idea di come è ridotta la nostra politica, di come è succube della finanza, di come questi vengono portati al guinzaglio dai finanzieri, anche da strapazzo come quelli che abbiamo visto qui all'opera, senza un minimo di autonomia.
Poi parlano di autonomia della politica, di primato della politica. Ma quale primato? Qui i testi li scrivono Consorte e Ricucci e al massimo le musiche le fanno scrivere a D'Alema, Fassino e Latorre.
Penalmente parlando, di queste vicende non si potrà praticamente parlare perché il Senato continua a non rispondere alla Procura di Milano che vuole usare le telefonate per valutare se Latorre abbia concorso nell'aggiotaggio contestato a Consorte e recentemente il Parlamento Europeo ha risposto no alla richiesta della Procura di Milano di usare le telefonate per vedere se c'era un concorso di D'Alema nel reato di aggiotaggio contestato a Consorte.
Ma dal punto di vista politico, queste cose dovrebbero essere valutate e bisognerebbe valutare anche quel "no" del Parlamento Europeo.
Il Parlamento Europeo è stato intortato dalla commissione giuridica presieduta da Peppino Gargani di Forza Italia, tant'è che ha risposto dicendo: "ma non esiste più l'autorizzazione a procedere contro i parlamentari, perché ci chiedete l'autorizzazione a usare le telefonate? Usatele pure, tanto si possono processare i parlamentari in Italia dal 1993".
Ecco, è evidente che qualcuno l'ha raccontata male questa cosa, ai parlamentari europei, li ha intortati. E chi può averli intortati, visto che il presidente della commissione è di Forza Italia e tutti hanno votato, Forza Italia, DS, Margherita, Lega Nord, UDC, a favore di D'Alema. Perfino Bonsignore, del resto abbiamo visto i rapporti che c'erano col favore politico a latere.
Nessuno ha avuto il coraggio di raccontare ai parlamentari europei che l'Aula di Bruxelles non era chiamata a dare l'autorizzazione a procedere contro D'Alema, ma all'uso delle telefonate.
L'Italia è un Paese talmente tragicomico da avere una legge, la legge Boato, fatta dalla sinistra e dalla destra insieme che stabilisce che se il magistrato intercetta un delinquente a colloquio con un parlamentare, per usare le telefonate a carico del parlamentare, anche se l'intercettato era il delinquente, bisogna chiedere il permesso al Parlamento.
Dato che D'Alema era al Parlamento Europeo hanno chiesto a lui che ha risposto: "ma noi non siamo chiamati a dare l'autorizzazione a procedere".
Eh no! Siete chiamati a dare l'autorizzazione all'uso delle telefonate. Il fatto è che hanno risposto alla domanda "che ore sono?", "giovedì".
Con la risposta "giovedì", i magistrati che vogliono sapere che ora è non possono saperlo, cioè non potranno usare queste telefonate.
Il fatto che in malafede parlamentari italiani di centrodestra e centrosinistra si siano intortati l'intero Parlamento, da l'idea di come siamo malmessi e soprattutto di come saremmo meglio messi se almeno queste persone che da tre anni si sa che cosa fanno con gli impicci finanziari fossero state mandate a casa.
Invece, se tutto va bene, Veltroni perde le elezioni europee e il PD se lo prendono D'Alema e Latorre.
Passate Parola"

Sondaggio Honoris causa



È il testo unificato approvato dalla Commissione Affari costituzionali
La riforma elettorale europea a Montecitorio - (Ddl Camera 22-A)
Approda in Aula alla Camera, dal 27 ottobre, il testo di riforma delle legge per le elezioni europee. Si tratta di un testo unificato approvato in Commissione che prevede l'abolizione delle preferenze, liste bloccate, sbarramento al 5% e aumento delle circoscrizioni regionali. Previsto, inoltre, un tetto alle spese elettorali. La riforma cancella dunque la possibilità esprimere preferenze e introduce le liste bloccate. Saranno eletti europarlamentari solo i candidati delle liste che sul piano nazionale ottengono almeno il 5%. Le circoscrizioni elettorali e saranno: Nord-Ovest (composta dalle regioni Piemonte, Valle D'Aosta, Liguria); Lombardia; Nord-Est (Trentino Alto Adige, Veneto, Friuli Venezia Giulia); Emilia Romagna-Marche; Toscana e Umbria; Centro (Lazio, Abruzzo, Molise); Campania; Sud (Puglia, Basilicata, Calabria); Sicilia e Sardegna. La riforma prevede un tetto di spesa per candidati e partiti per la campagna elettorale e l'obbligo di mettere in lista un numero di candidate donne pari al numero degli uomini.(27 ottobre 2008). - Fonte: clicca qui





Sondaggio sul Premier
a cura di Napoleone
[Partecipare è dannoso dal punto di vista del Pdl -
Emilio Fede sconsiglia la lettura di questo post e di tutto codesto blog ]


1. Il Capo del Governo dice di dormire poche ore a notte in quanto preso dai suoi tanti impegni lavorativi e mondani... Cosa potrebbe aiutarlo a sopportare lo stress?
a) giocare a nascondino con la Merkel, con tanto di "cucù", durante la sua prima visita ufficiale;
b) dare suggerimenti a Ricci per le prove sul palco delle concorrenti di veline;
c) masticare lentamente un piccolo infante comunista bevendo poi un pò di olio di ricino per favorire la digestione;
d) giocare al piccolo mago
vudù con Ratzinger;
e) cantare con Apicella: "per fortuna che Silvio c'è".


2. E' sufficiente effettuare una breve ricerca sul web di alcune fotografie del Premier per comprendere l'esistenza della possibilità dell'utilizzo di un sosia in alcuni servizi fotografici, lo credi possibile?
a) si, ne sono convinta/o: il sosia è sicuramente più alto di Berlusconi ma usa ugualmente i sottotacchi per immedesimarsi meglio nella parte;
b) si, è lui quello che fa le gaffe;
d) si, tanti anni fa Silvio è annegato in uno specchio d'acqua dopo aver visto la sua immagine riflessa;
e)
no, è uno e trino.

3. Quando dichiarerà
ufficialmente la dittatura in Italia:
a) mai, Mente Persa, tu perderai prima ogni capacità digestiva e l'uso del fegato, perchè la dittatura non espressa pubblicamente sarà la sua forza;
b) lo confesserà in un raptus narcisista durante un'intervista di Letta, per poi negarlo in serata a "Porta a Porta" ;
c) non saremo e non siamo in una dittatura, stanno solamente lavorando per rialzare l'Italia in ginocchio.

Lasciate, se vi pare, la vostra risposta tra i commenti. Grazie.





--- Spazio Premi ---

Avevo già ricevuto il premio DARDOS assegnato ai blog "che hanno dimostrato il loro impegno nel trasmettere valori culturali, etici, letterari o personali",
ma lo riacetto volentieri rimettendo fieramente il logo.
Grazie a Progvolution di Sussurri Obliqui.




Aggiungo alcune precisazioni sulla riforma della legge elettorale - clicca qui per la fonte- :

Contrari al provvedimento i partiti di opposizione, Pd, Idv e Udc. Il partito democratico è favorevole a una soglia di sbarramento inferiore, del 4%, ma contesta l'abolizione delle preferenze.
Il testo - di cui è relatore Peppino Calderisi (Pdl) - dovrebbe giungere alla Camera entro fine mese, forse il 27 ottobre, anche se la data esatta dovrà esser decisa oggi pomeriggio dalla conferenza dei capigruppo, ha detto un'altra funzionaria.
Perché le nuove regole siano valide già dal prossimo voto per l'Europarlamento - a giugno 2009 - la riforma dovrebbe essere approvata dalle Camere entro sei mesi dalla presentazione delle liste, dunque entro fine novembre - inizio dicembre, dicono fonti politiche.
Il testo prevede anche il 50% di candidature femminili nelle liste, l'aumento delle circoscrizioni elettorali da 5 a 10 (con l'effetto apparentemente di favorire i partiti a forte radicamento territoriale, come la Lega Nord), l'obbligo di raccolta delle firme solo per i partiti che non abbiano almeno 10 parlamentari nazionali o 3 europei.

mercoledì 19 novembre 2008

Lettera di un maiale


Doverosamente pubblico la lettera di Napoleone, il maiale raffigurato nel fotomontaggio iniziale del precedente post: "Tel chi el terùn. Analisi di una comunità Padana".
Mi scuso inoltre per il danno arrecato a tutti i rappresentanti della specie di Napoleone con la mia associazione di immagine: maiale più Lega Nord.
Apprezzo questi animali, sopratutto a tavola.
gio






"Ciao Mente Persa,

Ti scrivo perchè sono venuto a conoscenza, (malheureseument solo per vie indirette), dell'associazione della mia immagine a un post non sufficientemente critico sulla Lega Nord editato sul tuo blog. Perdonami il "tu" confidenziale, ma noi maiali amiamo essere diretti e prenderci certe licenze.

In merito a questa questione, vorrei, precisare alcuni fondamentali punti ed esporli pubblicamente sul tuo blog come semplice e magnanimo risarcimento morale.

In primis, la mia immagine è protetta da una legge sulla privacy, per utilizzarla è dunque basilare chiedermi l'autorizzazione.
Una volta, tanto tempo fa, noi maiali litigammo con un signore inglese, un giornalista di nome Orwell, costui ci aveva descritti in una sua opera paragonandoci a taluni esseri umani che tronfi del loro potere abbandonavano ogni alto ideale comunista per diventare dei dittatori.
L'abbiamo perdonato, dimostrando il nostro nobil animo dedito alla prodigalità, in seguito, istituimmo una proficua collaborazione per la stesura di "1984".

Noi maiali siamo esseri sensibili, partoriamo con la musica classica come sottofondo e non ascoltiamo robetta tipo Gigi D'Alessio.

Desidero segnalare l’incapacità totale di attribuirci epiteti virili anche se è nota la nostra prestanza a livello riproduttivo, ecco, qui si tratta di fatti dimostrabili e non di parole lanciate in aria e non seguite dalla realtà, tipico di taluni esseri umani.

Ci criticate perchè siamo amanti della buona tavola ma non dispezziamo gli avanzi culinari, lasciare ai nostri figli un ambiente pulito comporta alcuni doveri. Dovreste impararle certe lezioni dalla natura...

In sostanza, non ho gradito quel marchietto verde sul mio naso, i miei compagni di "riserva ecologica termoriscaldata", (volgarmente appellata "porcile"), mi dileggiano gogliardicamente in continuazione. La mia fidanzata quando ha visto il fotomontaggio si è preoccupata, credeva fossi diventato una specie cretina di nazional socialista.

Capisci, Mente Persa, come sia fondamentale ribadire sul web il mio distacco dal marchio del "sole delle Alpi"?
Tra le altre cose, l'A.M.C., (Associazione Maiali Culturali), non ha nulla in contrario alla costruzione delle chiese mussulmane, pare proprio che i loro religiosi non apprezzino la nostra carne!

Ti saluto e siccome noi maiali non portiamo rancore, ti lascio un commento personale ai fatti di questi giorni:
"Se i fatti invece dicono il contrario, allora bisogna alterare i fatti. Così la storia si riscrive di continuo. Questa quotidiana falsificazione del passato, intrapresa e condotta dal Ministero della Verità, è necessaria alla stabilità del regime. [...] La mutabilità del passato è il dogma centrale."
Orwell, (sotto effetto delle droghe leggermente faziose di Napoleone)

Arrivederci,
Napoleone,
Il Maiale Onesto [e più uguale degli altri]



P.s.: l'A.M.C. vuole ricordare a tutti la bontà e la magrezza della carne di vitello, non danneggia le coronarie, contiene ferro ed è prelibata, specie se cucinata alla griglia."






martedì 18 novembre 2008

Tel chi el terùn - Analisi di una comunità Padana: la Lega Nord.

[Settembre 2007: Calderoli propose il Maiale Day contro la costruzione di una moschea a Bologna.
Per rendere inidoneo il terreno su cui costruire un luogo di culto mussulmano, l'Onorevole propose di far passeggiare un cucciolo di mailino su tutti i posti italiani dove le amministrazioni pensavano di concedere l'autorizzazione alla nascita di futura una moschea.]


Linguaggio semplice, voce roca e aspetto simil virile, forti dei loro segni di riconoscimento come le maglie verdi o i cappellini con il simbolo del “sole delle alpi”, i leghisti parlano al popolo con chiarezza, immediatezza, utilizzando il dialetto lombardo e talune volte, vere e proprie parolacce. Per esempio, in passato, Bossi si vantava in modo privo di nobiltà di certe durezze, non certo caratteriali.

Questo linguaggio è il veicolo per essere dalla parte della gente. La Lega, da anni, scende in piazza con il popolo, arricchendo puntualmente il suo calendario presenze sul territorio con incontri nelle scuole, nelle sagre paesane, nelle piazze “scottanti” come Malpensa.
La sinistra è accusata di utilizzare una lingua aulica, di dibattere in modo altisonante concetti legati a massimi sistemi policiti, quasi come un circolo esclusivo di dottori, lontano anni luce da problemi quotidiani di pane, acqua, gas e tasse.
La lega, al contrario, empatizza con l’elettorato e ruba consensi di pubblico ad altre correnti.

Si dimostra populista, vantandosi come pragmatica anche se il sogno federalista, (anticostituzionale), è al vaglio da anni, forse questa per loro sarà la legislatura decisiva?
Notate nei dibattiti politici come si comportano gli appartenenti a questa corrente: antepongono a ogni discorso la loro concretezza, “la Lega ha presentato questo disegno di legge per bloccare l’emergenza criminalità, ha proposto questa linea contro il danno imminente causato da…”.
E’ la Lega dei grandi insiemi, la visione di un mondo bianco o nero, i mussulmani sono tutti terroristi, i cattivi rom costituiscono l’intera Romania, le fermate dell’autobus si rivelano sempre pericolose se mancano i vigilantes in camicia verde a tutelare le donne, (quale fortuna per il sesso gentile!).

Nette le proposte legislative di questa corrente, immaginano le città italiane come giungle alla mercé dell’illegalità creata da cinesi, zingari, slavi, ecco allora, dopo aver creato l’allarmismo, le risposte forti della Lega:

crisi economica - Bricolo sostiene: “la crisi finanziaria e le sue ricadute sull’economia reale porterà molte aziende a licenziare. A cosa serve fare entrare nel paese altri immigrati? Abbiamo proposto un blocco temporaneo per permettere al governo di monitorare la situazione occupazionale”. Il “blocco” agli accessi degli stranieri idealizzato è di ben due anni.

Sicurezza e Criminalità - dal giornale The Telegraph, grazie al sito italiadallestero.info, leggiamo:
Il parlamento italiano sta prendendo in considerazione la legalizzazione dei gruppi di vigilantes cittadini come parte di un ulteriore provvedimento in materia di sicurezza. L’anno scorso pattuglie non autorizzate hanno sorvegliato diverse città dell’Italia settentrionale. Le autorità hanno chiuso un occhio su di loro, mentre i cittadini preoccupati tentavano di fronteggiare la criminalità crescente. Secondo la proposta della Lega Nord, partito anti-immigrazione, le pattuglie di vigilantes avrebbero dovuto avere l’appoggio della polizia locale. Il provvedimento sta ora per essere preso in considerazione dal Senato italiano.

Valori nazionali - la lega è già in subbuglio per il gran numero di esercizi commerciali nel settentrione in mano a gestori cinesi. Si prevedono futuri colpi di spugna: controlli dei clandestini, esami igenico-sanitari nei bar, shop, perché: “I nostri principi non sono in vendita. Noi siamo nati per gli interessi della Padania e delle sue genti.”, parole di Umberto Bossi.



I pregiudizi e l’odio verso il diverso diventano un mezzo per entrare nella sensibilità della gente e spingerla verso una direzione drastica considerata risolutoria, facendo leva sul senso di protezione dell’uomo e la sua ostilità verso il cambiamento.
Un motto leghista dice: “il popolo è come un albero. Senza radici è destinato a morire”.
Questo è sintomo di una chiusura al diverso, si teme la sparizione di una “comunità umana”, quasi ci fossero delle specie in via di estinzione tra gli emiliani, i torinesi o i milanesi.
Bossi, si esprime in tal modo contro l’omologazione culturale e la società multietnica:
Ma è mia impressione che il sistema cerchi di congelare anche l’aspirazione federalista, perché il federalismo è uguale all’autonomia e l’autonomia è uguale alla cultura locale e la cultura locale produce indisponibilità all’omologazione dei popoli”. Questa è l’Italia autarchica della Lega. Nord ricco e Sud povero. Europa di serie A, paesi dell’Est di serie B.


La mia voce si alza volutamente senza diplomazia, perché noi padani rifiutiamo di essere coinvolti nell’astuzia della palude romana che non si accorge che così tutto muore. Noi vogliamo il cambiamento”, Umberto Bossi.
Si ,ma auspicano un cambiamento retroattivo, esso si esplica nell’abbandono della società civile conosciuta, contro la globalizzazione culturale, per terminare in vecchi modelli conservatori, nazionalisti, i cui valori sono costituiti dagli usi, costumi e ricchezze del popolo locale.
Per questo sono contraria al Federalismo e in generale, alla mission della lega.

lunedì 17 novembre 2008

G8: l'autoassoluzione dei politici




Testo:
"Buongiorno a tutti.
Non siamo in un bunker bucherellato da killer, semplicemente siamo nello studio che avete sempre visto che è in via di riammodernamento.
Io oggi vorrei parlare di due sentenze, ma per non parlarne in realtà, perché una merita silenzio in quanto affronta un problema di vita e di morte, cioè entra addirittura in una casa privata, in un letto dove c'è una persona, Eluana, che si trova in stato vegetativo da moltissimi anni, dove un giudice ha stabilito, previo consenso informato suo, ai tempi, e di suo padre oggi, di risparmiarle l'accanimento. Io non ho nessuna posizione su questa storia e non invidio nemmeno chi ha una posizione in merito perché penso che chi si stia pronunciando, lo stia facendo abusando. La sguaiataggine con cui si trattano fatti così delicati che riguardano la coscienza delle persone, al massimo estesa alla coscienza dei medici, è veramente un segno della cafonaggine e dell a barbarie nel periodo nel quale viviamo. E' interessante però quello che si è scritto di questa sentenza perché si è fatto dire ai giudici quello che i giudici non hanno detto. I giudici si sono limitati a respingere il ricorso della procura generale di Milano contro un provvedimento analogo che era stato preso dalla magistratura nel grado di giudizio precedente. Voi sapete che in Italia non esiste una legge sul testamento biologico, voi sapete che in Italia c'è un diritto sancito dalla Costituzione, che stablisce il diritto dei cittadini di essere curati nel migliore dei modi ma non stabilisce l'obbligo a farsi curare ad ogni costo.
Quindi, in questo deserto legislativo, su questo principio costituzionale, quando il padre di Eluana ha chiamato i giudici a pronunciarsi. E loro, essendo obbligati a farlo, lo hanno fatto con gli strumenti che avevano: la Costituzione, visto che il parlamento da quattro legislatura si balocca e si palleggia la legge sul testamento biologico che è quella che dovrebbe normare la possibilità per ogni cittadino di poter stabilire che cosa vuole gli sia fatto, nel caso in cui, disgraziatamente, dovesse ritrovarsi in condizioni di poter più scegliere. Quindi non è vero che i giudici hanno deciso che bisogna uccidere con l'eutanasia. Non è vero che i giudici hanno deciso che bisogna uccidere questa persona. I giudici hanno stabilito semplicemente che questa persona possa essere lasciata nello stato nel quale si sarebbe trovata qualche decina di anni fa, quando questi problemi non si ponevano per una semplice ragione: che la ricerca tecnologica medica e scientifica era ancora più arretrata, ovviamente, e non aveva ancora inventato l'alimentazione e la respirazione artificiale. Quindi la persona non più alimentata e non più ossigenata artificialmente veniva meno.
Oggi c'è la possibilità di tenerla in vita artificialmente, i giudici hanno stabilito che c'è un limite a questo accanimento, ed è il limite che dovrebbero decidere, quando lucidi, tutte le persone mettendo per iscritto un qualcosa. Non c'è questa legge e quindi la Cassazione ha semplicemente respinto il ricorso della procura generale che voleva continuare a procrastinare questo stato di vita artificiale. Io non so quale sia la soluzione migliore in quel caso, io non so quando finisca la vita, io non so quando cominci, io non invidio quelli che hanno certezze. Penso che su casi come questi bisognerebbe evitare intanto di dire sciocchezze, tipo che la magistratura ha istituito l'eutanasia in Italia. L'eutanasia significa fare un'iniezione avvelenata a una persona. Non significa smettere di mantenerla in vita artificialmente. E nello stesso tempo bisognerebbe avere un po' di pudore quando si parla di queste cose. Bisognerebbe muoversi con circospezione, in punta di piedi e se proprio bisogna parlare bisogna informarsi molto bene e domandarsi chi sono io, per dire delle cose così pesanti su un caso drammatico. E poi farlo sottovoce o meglio ancora stare zitti.
L'altra sentenza sulla quale è giusto parlare, anche ad alta voce (quando sarà uscita però è la sentenza sul G8 di Genova. O meglio, quella emessa l'altro giorno dal tribunale di Genova che riguardava alcune decine di uomini delle forze dell'ordine imputati per le violenze selvagge, avvenute nella scuola Diaz, ai danni di cittadini inermi che, tra l'altro, dormivano.
Questa sentenza ha suscitato reazioni contrapposte, nel senso che alcuni hanno detto: "meno male! I giudici hanno stabilito che non c'era nessun disegno, che non c'era nessun complotto e non c'erano ordini superiori". Queste persone avevano agito autonomamente. Almeno quelle che sono state condannate, mi pare 13. I superiori non c'entrano. Gli altri, quelli che invece sono insoddisfatti della sentenza dicono: "è una vergogna! I giudici hanno stabilito che non c'era nessun mandante superiore, non c'era nessun ordine superiore, e questi qui hanno agito a titolo personale di testa loro. Non possiamo credere ad una sentenza così vergognosa" eccetera. Qui voi vedere che i due poli opposti in realtà sostengono la stessa cosa! E cioè che i giudici hanno stabilito che, a parte i manovali del manganello, i manovali della bomba molotov portata dentro per costruire "ex post" una prova dell'attività eversiva che in quella scuola si sarebbe svolta per giustificare le botte, sono, secondo la sentenza, gli unici responsabili. Quindi abbiamo sentito dire, sia da quelli che la sentenza la applaudono, sia da quelli che la criticano, che i giudici hanno stabilito come queste persone fossero delle teste calde che hanno agito di loro iniziativa, senza ordini superiori. La versione A e la versione B, in realtà, coincidono. Sono diversi i toni e i commenti: ad alcuni va molto bene, ad altri va molto male. Gasparri ha detto: "è una sentenza meravigliosa! Anzi, speriamo che sia una sentenza verso un secondo grado che salvi anche quei pochi che sono stati condannati". E dall'altra parte della sinistra si è sentito dire che è una sentenza vergognosa.
E' la solita cosa: pagano gli ultimi e invece i mandanti non pagano mai. Sono due reazioni speculari che io non se siano giuste o sbagliate, ciascuno può dire quello che vuole, ma sono sicuramente premature. A tal proposito sto cercando alcuni articoli di giornale e se li trovo ve li mostro, ebbene le reazioni sono premature per una ragione molto semplice: perché nessuno ha ancora letto la sentenza! Nessuno l'ha letta perché ancora nessuno l'ha scritta. Non c'è ancora scritto da nessuna parte: "chi ha fatto cosa e perché". C'è soltanto il dispositivo, cioè una formuletta di poche righe nelle quali c'è scritta una cosa molto semplice: Un elenco di nomi con una serie di elementi numerici con un tot di anni, oppure niente anni. La sentenza con le motivazioni sarà depositata fra tre mesi e ci dirà perché Tizio è colpevole e Caio no, e soprattutto ci dirà se i mandanti esistono o non esistono. Si dice: "Mah se i mandanti esistessero li avrebbero condannati" ma attenzione! Qui si nasconde l'equivoco nel quale incorriamo un po' tutti ogni volta che sentiamo una sentenza. Noi di solito facciamo un grande can can quando si apre un'indagine, poi l'indagine ce la dimentichiamo. Udienza preliminare, inizia il processo, arrivano le testimonianze, è lì che si forma la prova del dibattimento ma i giornali non hanno tempo di seguire (salvo si tratti del delitto di Cogne o del delitto di Garlasco) non ci sia un po' di pelo. Poi ad un certo punto arriva la sentenza come un fulmine a ciel sereno. Per noi è il dispositivo perché viene letto subito, mentre la motivazione non è contestuale , salvo rari casi, ma viene scritta nei mesi successivi.
Forse una buona riforma potrebbe essere quella di pubblicare le sentenze quando ci sono le motivazioni già allegate. Credo sarebbe meglio perché col sistema attuale ci si concentra sul chi ha preso quanto, e sul chi non ha preso niente. E si dimentica di andare a vedere che cosa hanno scritto i giudici per la ricostruzione del fatto, secondo la loro ottica. Lo dico perché quando usciranno le motivazioni della sentenza sul G8, non si darà lo stesso rilievo che ha avuto il dispositivo. Eppure sono molto più importanti le motivazioni che non il dispositivo. Perché è lì che noi andremo a vedere se davvero i giudici hanno escluso l'esistenza di mandanti, scrivendo una cosa assurda, come quella che in questi giorni gli è stata attribuita. E cioè che quei tredici picchiatori sono delle mele marce che ad un certo punto, impazziti, sono entrati in una scuola e hanno cominciato a massacrare i ragazzi che dormivano. E che alcuni, impazziti a loro volta, hanno portato delle molotov nella scuola per dimostrare che il blitz era sacrosanto. Io dubito che esistano dei giudici sani di mente, che scrivano cose di questo genere. Secondo me è più probabile che nella sentenza troveremo scritta una cosa diversa. Cioè: i mandanti ci sono. Vanno cercati. Forse sono quelli che sono stati indicati dalla procura, che sono stati rinviati a giudizio. Ma le prove a loro carico non bastano a dimostrare che siano loro. Perché un conto è dire che sicuramente ci sono i mandanti per la dinamica dei fatti, non possono non esserci. Un altro conto è invece dire che il mandante è Tizio e non Caio. Per poterlo sostenere devo possedere delle prove schiaccianti che mi convincano al di là di ogni ragionevole dubbio. Ebbene è possibile che i giudici scrivano di non essere convinti, ogni oltre ragionevole dubbi o, che erano proprio Tizio e Caio. Resta probabile che fossero. Ragionando umanamente. A naso. Ma dato che le sentenze non si fanno a naso ma si fanno con le prove, magari i giudici hanno ritenuto che non ci siano le prove sufficienti e quindi abbiano deciso di assolverli. I presunti mandanti. I giudici potrebbero scrivere anche un'altra cosa: che i mandanti non sono stati raggiunti da prove sufficienti perché le indagini sono state fatte male. Lo ha scritto Giovanni Bianconi sul Corriere, cronista rispettabilissimo, di solito molto informato. dice che l'indagine è stata fatta male. Per acchiappare il disegno complessivo si sono persi di vista i tasselli che pazientemente il pubblico ministero dovrebbe mettere insieme. io non ho elementi, non conosco il processo. Può darsi benissimo invece che i magistrati dicano: "le prove che i magistrati potevano trovare le hanno trovate, ma queste bastavano! Ma non bastano per condannarli al carcere". Oppure potrebbero dire che le prove raccolte non sono state sufficienti perché l'indagine è stata depistata, sviata, perché ci sono state delle turbative, inquinamenti delle prove. Degli avvicinamenti di testimoni per fargli cambiare idea o versione. C'è un processo parallelo a capo dell'ex capo della polizia De Gennaro che ipotizza proprio questo. Insomma, per sapere cos'hanno scritto i giudici del processo sul G8, dovremo aspettare tre mesi. Fino ad allora scrivere che non è stato nessuno, o che hanno fatto tutto quei tredici, oppure: "Evviva! La polizia ne esce pulita." oppure: "Evviva il vertice della polizia non c'era. O se c'era dormiva". Sono tutte stupidaggini senza senso. Bisogna aspettare di leggere cosa hanno scritto. E' per questo che si fanno le motivazioni delle sentenze.
E' per questo che si dice che le sentenze vanno rispettate. Rispettare le sentenze non vuol dire non discuterle. Rispettare le sentenze vuol dire leggerle e partire dal presupposto che il giudice possa essere in buona fede. Quando uno, dopo aver letto le sentenze, scopre che il giudice ha detto delle grandi stronzate, e magari le dice per coprire qualche papavero potente scaricando le colpe sui suoi sottoposti, allora uno può persino dire non solo che la sentenza è sbagliata, ma che è pure stata scritta in malafede da parte di un giudice che non ha il coraggio di prendersela coi potenti ma soltanto coi poveracci facendo volare gli stracci. Si può dire tutto delle sentenze a patto si siano lette. Per averle lette bisogna che qualcuno le abbia scritte. Per scriverle bisogna pazientare tre mesi per vedere che cosa diavolo scriveranno questi giudici per giustificare la condanna di quei tredici e l'assoluzione di quegli altri. Poi lo sappiamo che col clima che si è creato in Italia nei processi ai potenti, di solito, le prove che sono sufficienti per condannare un poveraccio non bastano per condannare un potente. Il livello probatorio che si rende necessario per passare i vari gradi di giudizio, quando l'imputato è un potente, è molto più alto rispetto a quello che è necessario per far condannare dalla Cassazione uno spacciatore di hashish magari extracomunitario. Questo è ovvio. Questo non è giusto. E' profondamente ingiusto ma anche profondamente umano. Nel senso che se un giudice condannava un marocchino che non c'entrava niente nessuno si lamenta, anzi nessuno se ne accorge. Il giudice non ne pagherà alcuna conseguenza. Se un magistrato invece condanna un potente, che poi viene assolto per insufficienza di prove, non perché era innocente, ma per insufficienza di prove nel grado successivo, lo massacrano! Lo maciullano! Lo insultano a reti unificate da destra e da sinistra. Quindi è chiaro che un magistrato ci sta molto attento quando giudica un potente e un po' meno attento quando giudica un poveraccio. Purtroppo sappiamo che si parte da questi blocchi di partenza sfasati, dove in un processo in cui ci sono i poveracci o i potenti. Però prima di stabilire che il giudice ha privilegiato i potenti rispetto ai poveracci, andiamoci cauti: aspettiamo di leggere le motivazioni della sentenza! Dopodiché potremo dire di tutto. Ma potremmo dire anche una cosa diversa: cioè che è abbastanza naturale se in questi processi sia più facile condannare l'esecutore materiale rispetto al mandante. Ma perché? Perché l'esecutore materiale è quello che lascia l'impronta sulla pistola. (nel nostro caso sul manganello.) E' quello che si vede lì a fare irruzione. E' quello che parla, urla, picchia. Il mandante lì non c'è. Il mandante non lascia per iscritto gli ordini. Come nei delitti che si rispettano l'esecutore materiale è più facile da prendere. Non solo perché è l'ultimo anello della catena ma anche perché è stato sulla scena del delitto. Ha lasciato qualche capello, qualche mozzicone di sigaretta, un'impronta, uno sputacchio un segno di dna. Il mandante, se non è un idiota, non mette su atto notarile che ha mandato a uccidere e quindi, non solo, è più impotente e quindi è meno probabile che venga processato, ma è più improbabile che venga condannato per la semplice ragione che le prove che si possono raccogliere su di lui, sono molto più labili e difficili. Le prove sul mandante saranno molte meno rispetto a quelle che si possono raccogliere sul killer. Il che vorrebbe dire che il giudice ha stabilito che non c'è un mandante? No! Il giudice ha stabilito che c'è un mandante ma che le prove a carico del mandante non sono sufficienti. Bisogna indagare ancora. E nel caso della Diaz potrebbe essere la stessa cosa. Si dirà: "Allora facciamo la commissione parlamentare d'inchiesta". Lo ha detto Di Pietro. Secondo me sbaglia. Sbagliava quando diceva: "non la dobbiamo fare a meno che non sia una commissione che indaga anche sulle violenze dei black blok". Figuriamoci se le commissioni parlamentari devono occuparsi dei reati commessi dai cittadini comuni! I reati dei cittadini comuni vengono esaminati dalla magistratura. Le commissioni parlamentari servono per stabilire le deviazioni istituzionali dei vertici della polizia. Ma secondo me, con la motivazione sbagliata, aveva ragione Di Pietro quando diceva che non ci voleva la commissione. E ha torto adesso quando dice che ci vuole, anche se non può essere accusato di incoerenza perché lui aveva detto: "non dobbiamo farla per non intralciare il processo, ora che il processo si è fatto, è evidente che ora la commissione non lo intralcerebbe più". Salvo poi che non ci sia un post scriptum in appello. Perciò secondo me la sua non è una posizione incoerente. Secondo me la sua posizione attuale è sbagliata come tutti quelli che a sinistra vogliono la commissione parlamentare ed'inchiesta, non perché non ci vorrebbe. Questo è proprio il classico caso di scuola, in cui ci vorrebbe una commissione parlamentare d'inchiesta per stabilire le responsabilità politiche, e anche morali di coloro che hanno, o mandato o autorizzato o chiuso gli occhi o depistato.
Ma in un parlamento normale. In un parlamento serio. In un parlamento come quello americano dove le commissioni più dure di inchiesta sull'attività dell'amministrazione sono di solito presiedute dai compagni di partito del presidente e del capo dell'amminstrazione. Noi abbiamo un parlamento in cui non si vuole la verità. Si vogliono fabbricare verità di comodo e di partito, o di corrente, dove si vogliono utilizzare le commissioni parlamentari per buttarcisi gli stracci addosso, per ricattarsi a vicenda e arrivare alla fine con un bel pari e patta, dove la verità non conta nient e. Le commissioni parlamentari d'inchiesta da vent'anni a questa parte, non sempre, sono servite a fabbricare le relazioni di maggioranza e di minoranza. Ciascun partito ha la sua verità e intanto ci si ricatta a vicenda. Per carità non facciamo di nuovo la stessa cosa coi fatti di Genova! Abbiamo almeno tredici condannati, abbiamo almeno una sentenza che sta arrivando e che potrebbe ricostruire i fatti, lasciamo tutto così! Le commissioni di questi anni sono servite per cancellare anche quel pochissimo che la magistratura aveva scoperto. Invece di aprire lo spettro della verità giudiziaria che è strettissima alla verità politica che è larghissima, le commissioni parlamentari si incaricano anche di cancellare la verità processuale, quel poco che hanno scoperto i giudici. Nel processo Andreotti la sentenza ha stabilito che Andreotti era mafioso fino al 1980, reato commesso ma prescritto. La commissione d'inchiesta sulla mafia, invece di aprire il ventaglio, andando a vedere anche là dove non c'è il reato ma c'è una grave responsabilità politica, ha chiuso anche quel piccolo spiraglio che aveva aperto la magistratura. Il presidente della commissione di Forza Italia, ha messo nero su bianco che la sentenza ha sbugiardato il teorema accusatorio di Caselli. Cioè ha sbianchettato anche quel poco che la magistratura era riuscita a provare al di là di ogni ragionevole dubbio. Speriamo che non si voglia ripetere la stessa esperienza col caso del G8 perché se adesso ci sembrano poche quelle tredici condanne, quando ci sarà passata sopra una commissione parlamentare, le rimpiangeremo. Passate parola."

Marco Travaglio

venerdì 14 novembre 2008

Sentenza Diaz







Mi tremano le mani, ho il vomito.
Non voglio essere diplomatica in questo post.
Parlo a coloro che hanno perso la coscienza e il rispetto dell'essere umano, persone sporche: "la rabbia non mi farà dimenticare"!

Io non ero tra loro, ma ho visto tutto, il loro sangue, le umiliazioni subite me li hanno fatti sentire vicini come fratelli.

Statene certi, la vergogna dei giochi di potere, le promozioni a chi ha diretto o solo concepito l'idea dei pestaggi, genereranno scandalo in tutto il mondo.

Vi siete mostrati, dittatori e protezionisti.
La nostra pura RABBIA non ci farà dimenticare e nemmeno abbassare la testa di fronte alle ingiustizie.

Attendo le reazioni della stampa estera.
E a chi chiudera' il cervello, le porte a questo scandalo voglio dire:
"provate pure a credervi assolti, siete lo stesso coinvolti!"







Articolo tradotto da Italiadallestero.info dal giornale inglese The Guardian:

[...] Mark Covell, residente a Reading, uno dei cinque inglesi feriti durante l’attacco, ha dichiarato: “Le prove erano schiaccianti. Non c’è giustizia qui. Mi spiace per l’Italia.” [...]

mercoledì 12 novembre 2008

Testimonianze di lavoro precario

Il paese della cuccagna, Pieter Bruegel il Vecchio




Succede in un paese...


Una coppia sposata, lui laureato, lei laureanda, entrambi sui quarant'anni. Lui era l'unico ad avere un posto di lavoro fisso e lo perde a causa del fallimento dell'azienda.
In tre anni dal fatidico giorno del licenziamento "forzato" hanno avuto entrambi solo degli impieghi precari e dalla durata inferiore ai tre mesi. Ora è inverno, passano buona parte della giornata in biblioteca, non si possono permettere le spese di riscaldamento.


Call Center:
ho lavorato per due mesi in un call-center, assunto tramite un’agenzia di lavoro interinale.
Paga lorda, 6,70 euro l’ora, con due pause da un quarto d’ora. Non potevi chiacchierare se
nessuno chiamava, non potevi sentirti libero di andare al bagno, non potevi nemmeno
protestare se qualcosa non era giusto. Il clima era più simile a quello di una scuola
elementare, con la perfida maestrina che cazziava tutti coloro i quali non si conformassero
a sufficienza. Sono stato ripreso per aver osato mangiare una caramella tra una telefonata
e l’altra, (NB: non mentre rispondevo). In caso di contestazione, sempre queste parole: “Oè,
_intestinali_... Entrate dalla porta principale ma uscite dalla porta di servizio, e nessuno ci
farà caso. ricordatevelo”. Ho lavorato per due mesi, giusto per coprire il boom di contratti. Poi,
appena inutile, di nuovo a casa. Però mi hanno costretto a fare la media di 70 attivazioni
al giorno. Penso che se avessi lavorato meno, magari avrei ancora quel lavoro... Oggi?
Disoccupato, con una laurea, un master da pagare (sì... ma come???), esperienza, tirocinii
gratuiti in tutte le salse, ma quando si tratta di chiedere la tua “pagnotta”, ti si ride in faccia.
Ultima offerta di lavoro, 20 euro per 8 ore al giorno, per seguire un ragazzo autistico. In nero.
Al peggio non c’è mai fine. Coraggio.
S. M. - 20.02.2006 - 23:05

Stupida femmina in maternità: dopo tanti dubbi (questo mondo non mi piace abbastanza)
ma almeno un lavoro certo, a quarant’anni ho voluto una figlia, almeno io lavoravo, anche se mio marito non continuativamente.
Quindi l’ho avuta, e allo scadere dei cinque mesi di legge per la mia maternità post parto (perché ho lavorato fino all’ottavo compiuto per lealtà verso il mio datore di lavoro che si trovava in maggio, sotto scadenze fiscali, con una dipendente in meno) ho trovato la mia lettera di licenziamento. A chi ha un’impresa e non lo sapesse, spiego come si fa: si spendono non più di 2.000/3.000 euro da un notaio (ma ne vale la pena, perché ci si libera con un colpo solo di mamma, figlia, di pediatri, diarree, orari nido, allattamenti...) si liquida la società mentre la stupida femmina è in maternità, se ne crea un’altra anche se nello stesso edificio e con gli stessi titolari e con le stesse altre quattro dipendenti senza figli, e ci si mette tutti dietro la porta trepidanti per fare la sorpresa quando quella che si è concessa un lusso così, senza chiedere prima, vuole rientrare. Ignara, ma ben le sta, così impara a fare...
l’essere umano.
A. E. 03.05.2006 15:33


L’architetto:
laureata in Architettura junior nel 2004. Lavoro da un anno e mezzo presso uno studio
di un Geometra. Ho lavorato tre mesi in nero, poi mi è stato offerto, per regolarizzare
“l’assunzione”, o un contratto co.co.pro., oppure di aprire partita Iva. Ho scelto la seconda,
credendo nell’illusione della libera professione. A distanza di un anno mi ritrovo a essere a
tutti gli effetti una dipendente (orari d’ufficio, stipendio fisso -5 euro l’ora -, un solo datore
di lavoro) ma con gli svantaggi di un libero professionista (no straordinari pagati, no ferie
pagate, nessuna tutela di sindacati) e in più tutti i soldi che ho messo da parte nel 2005
li dovrò versare praticamente tutti, tra Iva e contributi. Penso tuttavia di non avere avuto
scelta, non credo che con un contratto co.co.pro. (tra l’altro praticamente inapplicabile nella
mia professione) mi troverei in una situazione migliore. Grazie alla legge Biagi, il mio capo
si arricchisce sempre di più (non dovendo versare i miei contributi) e io vedo lontano il
momento in cui potrò permettermi di mantenere una famiglia.
V. S. 27.02.2006 15:38



Succede in un paese.
Senti delle voci. Gli imprenditori si lamentano: dei costi, delle tasse, delle difficoltà dei mercati.
Cercano ogni scappatoia per pagare meno tributi e diminuire gli stipendi.
Dall'altra parte c'è la dignità di chi, ogni singola mattina, si alza, affronta un lavoro in condizioni pietose: senza sicurezza, con un futuro incerto, vittima di ricatti e/o con miseri stipendi.

La prima testimonianza è la storia di due persone che mi sono vicine, a cui auguro ogni fortuna possibile. Le altre voci sono tratte da " gli schiavi moderni " di Beppe Grillo.

Questo post è in onore dello sciopero indetto dai sindacati domani 14 novembre.





Mafiocrazia




Testo:
"Buongiorno a tutti.
Finalmente, si fa per dire, riparte la commissione parlamentare antimafia. Voi sapete che è dall'inizio degli anni Sessanta che il Parlamento italiano si costituisce in commissione bicamerale antimafia per combattere la mafia, soprattutto nei suoi rapporti tra mafia e politica.
C'è una contraddizione: la politica che combatte i rapporti tra mafia e politica è come dire la mafia che combatte i rapporti fra mafia e politica.
E infatti non li ha, almeno negli ultimi quindici anni, mai combattuti; da quando, cioè, non c'è più un'opposizione forte a chi sta al governo ma ci sono, sulle questioni che contano, finte divisioni fra maggioranza e opposizione e poi una sostanziale unanimità. Infatti, come sappiamo, negli ultimi quindici anni tutte le normative serie in materia di lotta alla criminalità organizzata sono quelle che erano contenute nel papello di Totò Riina. Sono state abolite le carceri nelle isole con l'isolamento del 41bis serio, Pianosa e Asinara; sono stati di fatto aboliti i pentiti, nel senso che nell'anno 2000 destra e sinistra insieme hanno messo mano alla riforma che aveva voluto Falcone all'inizio degli anni Novanta e hanno deciso di togliere tutti i benefici che rendevano conveniente, per un mafioso, schierarsi dalla parte dello Stato tradendo la mafia. Per cui i mafiosi hanno capito l'antifona, quelli che avevano qualche intenzione di pentirsi se la sono fatta passare, quelli che si erano già pentiti si sono pentiti di essersi pentiti e hanno ritrattato.
In più sono state ridotte di molto le scorte ai magistrati e ai testimoni antimafia. E' stato svuotato dall'interno il 41bis per cui quando il cosiddetto ministro Alfano racconta che non è mai stato così efficace sa benissimo - spero per lui - di raccontare favole perché lo sanno tutti che il 41bis è diventato una specie di barzelletta da quando è stato stabilizzato per legge.
Quando voi sentite il presidente del Senato Schifani dire: "noi nella legislatura del governo Berlusconi II abbiamo stabilizzato un provvedimento che prima era provvisorio e veniva attuato dal ministro della Giustizia di sei mesi in sei mesi, abbiamo stabilizzato per sempre il 41bis", spero che anche lui - ma credo che lo sappia - sia conscio di raccontare favole. Perché il 41bis quando era provvisorio era molto più efficace che oggi quando è diventato legge definitiva. Per quale motivo?
Per un motivo molto semplice: quando un provvedimento viene rinnovato di sei mesi in sei mesi i tempi burocratici necessari per il mafioso recluso per chiedere la revoca dell'isolamento, sono talmente lunghi che di solito la risposta alla sua domanda non arriva in tempo in sei mesi, quindi quando gli rispondono c'è già stato un nuovo provvedimento semestrale, contro il quale deve di nuovo ricorrere.
I ricorsi, quindi, contro il 41bis non venivano quasi mai accolti perché non si faceva in tempo. Praticamente il 41bis durava molto a lungo ed era molto difficile revocarlo. Ora che è diventato un provvedimento che vale per sempre, preso una volta vale per sempre - o almeno fino a che non ce ne sono i presupposti - i ricorsi sono molto facili perché anche se durano 7-8 mesi ne basta uno perché la persona possa vincerlo, allora si va alla discrezionalità del magistrato singolo il quale ogni volta che riceve il ricorso deve valutare se la persona sia ancora socialmente pericolosa, collegata con l'organizzazione mafiosa. E come fai a saperlo? Come fai a sapere se una persona è potenzialmente pericolosa? Come fai a sapere se ha ancora legami dopo anni che è in carcere? Lo puoi presumere ma se non lo puoi dimostrare, spesso puoi concedere la revoca del 41bis senza alcun rischio e senza alcuna formale irregolarità.
Quindi molti detenuti mafiosi, anche stragisti, che stavano al 41bis hanno ottenuto, in buona o cattiva fede dei magistrati di sorveglianza, il trattamento carcerario normale.
Quindi adesso incontrano quando gli pare avvocati, parenti eccetera. Non raccontiamoci balle: le commissioni antimafia sono un paravento per far finta che lo Stato ancora combatte la mafia. Non sono più le commissioni antimafia degli anni Sessanta e Settanta che addirittura anticipavano il lavoro della magistratura.
La magistratura negli anni Sessanta e Settanta, soprattutto in Sicilia e a Roma in Cassazione, era quella magistratura che proclamava la non esistenza della mafia oppure scambiava la mafia per un'accozzaglia di bande che, scompostamente e senza alcun vertice, agivano per i campi.
La commissione antimafia, molto più avanzata di quella magistratura, già faceva i nomi e i cognomi dei personaggi.
Salvo Lima era citato decine di volte nelle relazioni di minoranza della commissione antimafia come referente della mafia ben prima che venisse assassinato e ben prima che nel processo Andreotti e nel processo sull'assassinio Lima i magistrati poi stabilissero nero su bianco che Lima era un noto mafioso.
Negli ultimi anni la commissione antimafia è diventata un ente inutile, anzi dannoso, proprio perché ha diffuso la sensazione che il Parlamento continuasse a occuparsi dei rapporti fra mafia e politica, mentre non ha mai avuto il coraggio di mettere le mani sul caso Dell'Utri.
Non ha mai avuto il coraggio di mettere le mani sul caso Berlusconi. Non ha mai avuto il coraggio di mettere le mani sul caso Andreotti, nemmeno dopo che la magistratura aveva già squadernato, sotto gli occhi dei commissari e del Parlamento, le carte necessarie e indispensabili per poter tirare almeno le conclusioni politiche di quei rapporti ormai accertati.
Io ricordo che, con Elio Veltri, scrivemmo il libro "L'odore dei soldi" nel 2001 con gli editori riuniti proprio perché Veltri faceva parte della commissione antimafia.
Venne da me e mi disse: "abbiamo fatto arrivare dal Tribunale di Palermo le carte del processo Dell'Utri, le perizie sui finanziamenti ambigui della Fininvest negli Settanta e Ottanta,
i rapporti sui finanziamenti delle varie finanziarie del gruppo Berlusconi.
Quando io ho chiesto di discuterne in commissione, eravamo alla fine della legislatura del centrosinistra, mi hanno tutti guardato come un matto e abbiamo votato.
Ho votato da solo per parlare del caso Dell'Utri - Berlusconi in commissione antimafia e tutti mi hanno votato contro, compresi persone oneste della sinistra come Beppe Lumia dei DS e Giovanni Russo Spena di Rifondazione".
Allora facemmo il libro.
Ora perché vi racconto tutto questo? Perché si sta reinsediando la commissione parlamentare antimafia.
Se voi andate sul sito della Camera, andate nella finestra che riguarda le commissioni, andate nelle commissioni bicamerali e trovate "Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno di mafia e sulle altre associazioni criminali anche straniere".
Poi trovate la legge istitutiva, è una legge nuova ogni volta, rispetto a quella vecchia.
Di solito ricopiata, questa volta - sono anche spiritosi - hanno voluto scrivere che questa commissione antimafia indagherà anche sui rapporti tra mafia e politica con particolare riferimento al periodo delle stragi del '92-'93. Quindi mandanti occulti, trattative fra Stato e mafia eccetera. Speriamo che sia vero. Alla voce presidente, vicepresidenti e segretari c'è il bianco, perché non hanno ancora designato il presidente.
Ci sono invece i cinquanta componenti, venticinque deputati e venticinque senatori.
Buona notizia: non ci sono pregiudicati. Ve lo dico perché nella scorsa legislatura ce n'erano due: Vito Alfredo e Paolo Cirino Pomicino. Questa volta hanno pensato di non metterceli.
In compenso abbiamo dei personaggi che forse, valutate voi, non sono proprio il non plus ultra per la commissione antimafia.
Soprattutto il presidente: pare il che il favorito alla presidenza dell'antimafia sia Beppe Pisanu.
Premetto che Beppe Pisanu è persona estremamente seria ed è uno dei migliori, o dei meno peggio a seconda della visuale, di Forza Italia. Ma più per demerito degli altri che non per merito suo!
Voi sapete che Pisanu è completamente uscito dall'orbita di Berlusconi: nessuno ne parla più.
L'avete mai più visto in televisione, l'avete mai più sentito nominare?
Eppure era il ministro dell'Interno durante le elezioni del 2006. Secondo alcuni, Enrico Deaglio, è il ministro dell'Interno che si oppone ai tentativi golpistici di broglio ventilati dal Cavaliere e per questo è protagonista di una rissa memorabile a Palazzo Grazioli.
Da allora - noi non sappiamo se è vero, Deaglio con alcuni indizi l'ha sostenuto nella sua inchiesta sui presunti brogli nel 2006 - sta di fatto che Pisanu non ha più avuto alcun incarico di prestigio ed è stato posato, anche se è rimasto in Forza Italia.
Adesso pare che, proprio per questo suo ruolo non più fidato per Berlusconi, stia diventando una figura di garanzia che piace anche all'opposizione per fare il presidente dell'antimafia.
Purtroppo, però, Pisanu non è un pivellino appena uscito dalle Università.
E' un signore nato a Sassari nel 1937.
Ha un anno in meno di Berlusconi, ne ha 71. Laureato in scienze agrarie, era nella DC - nella sinistra DC - amicissimo di Cossiga.
E' stato nella segreteria di Zaccagnini, capo della segreteria di Zaccagnini negli anni del compromesso storico.
Poi è stato sottosegretario al Tesoro e alla Difesa nei governi Forlani, Fanfani, Spadolini, Goria e Craxi.
Nel 1994 era vice capogruppo di Forza Italia alla Camera e nel 1996 è stato nominato capogruppo quando hanno cacciato Vittorio Dotti perché era fidanzato di Stefania Ariosto, che aveva il grave torto di avere parlato di Previti.
Nel 2001 ministro per la verifica del programma nel governo Berlusconi II e poi ministro dell'Interno dopo che Scajola ebbe la splendida idea di definire "rompicoglioni, avido" il povero Marco Biagi dopo l'assassinio.
Insomma, è in Parlamento da dieci legislature.
Questa è la sua undicesima.
Perché dico che forse non è l'uomo giusto al posto giusto? Perché nel 1983 era sottosegretario al Tesoro nel governo Fanfani V.
Cosa successe? Il caso Ambrosiano.
Andiamo con ordine: Pisanu è sottosegretario al Tesoro e il Tesoro ha il dovere di sorveglianza, insieme alla Banca D'Italia, sulle banche, soprattutto sull'Ambrosiano che era un'enorme banca.
Bene, lui, che avrebbe dovuto vigilare come sottosegretario al Tesoro, in realtà era amicissimo di Roberto Calvi, il bancarottiere, e di tutti gli uomini che gli avevano dato una mano a fare bancarotta, a cominciare da Flavio Carboni.
Flavio Carboni non era coinvolto tanto negli aspetti finanziari del caso Ambrosiano quanto piuttosto nella fuga di Calvi in Svizzera e poi in Inghilterra, tant'è che è stato addirittura imputato per l'omicidio Calvi, assolto in primo grado ma adesso credo ci sarà il processo di appello.
Insieme a Licio Gelli, ad esponenti della banda della Magliana, un bel giro.
Pisanu ci andava in barca, in Sardegna con Flavio Carboni, e sulla barca - che si chiamava la "Punto Rosso", 22 metri - c'era anche un omino: il nostro presidente del Consiglio attuale, Berlusconi.
Sempre sulla barca, in Costa Smeralda.
A un certo punto condannano Calvi per reati valutari, lo mettono in libertà provvisoria.
Va anche Calvi in barca, dopo essere stato condannato in primo grado, arrestato e messo in libertà provvisoria, va in barca pure lui con Pisanu e il resto della compagnia.
Poi nel 1982 arrestano Carboni per la fuga di Calvi, che poi è stato trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri di Londra; Carboni viene arrestato e Pisanu viene interrogato sulle sue frequentazioni con Carboni e risponde al magistrato Pierluigi Dell'Osso: "incontravo Carboni perché era un interlocutore valido per le forze politiche richiamantisi all'ispirazione cattolica".
Carboni era un'anima pia: parlavano di teologia, probabilmente, in barca nei giorni del crack Ambrosiano.
Carboni, aggiunge Pisanu riuscendo a rimanere serio, "mi disse che Berlusconi aveva interesse a espandere Canale5 in Sardegna, tal che lo stesso Carboni si stava interessando per rilevare, a tal fine, la più importante rete televisiva sarda, Videolina, e mi disse di essere in affari col signor Berlusconi anche a riguardo di un grosso progetto edilizio denominato "Olbia 2"".
Era quando Berlusconi e Carboni volevano rovesciare una colata di cemento sulla costa Smeralda.
Questo pio sodalizio si estende poi al Banco Ambrosiano perché, come vi ho detto, il sottosegretario al Tesoro, anziché vigilare su quello che stava facendo Calvi, già condannato per reati valutari, incontra Calvi quattro volte, in quei giorni.
Subito dopo viene chiamato a rispondere alla Camera da un'interrogazione parlamentare delle opposizioni che, allarmate per il crack dell'Ambrosiano, del quale già si parla anche se non è stato ancora ufficializzato, chiedono notizie al governo, al sottosegretario al Tesoro.
Pisanu, l'8 giugno del 1982, risponde alla Camera. Già all'epoca c'era un enorme buco, c'era il buco del banco Andino, affiliato al Banco Ambrosiano, che stava rischiando di trascinare anche l'Ambrosiano nel crack.
Ma Pisanu rassicura: niente paura: è tutto sotto controllo, nessun allarme. Dice: "le indagini condotte all'estero sull'Ambrosiano non hanno dato alcun esito".
Non tanti giorni dopo, un giorno dopo, il 9 giugno Pisanu va di nuovo a cena con Flavio Carboni.
Un altro giorno dopo, il 10 giugno, Calvi scappa dall'Italia per finire, come sappiamo, sotto il Ponte dei Frati Neri, appeso.
Nove giorni dopo l'uscita di Pisanu in Parlamento - tutto sotto controllo, nessun problema per l'Ambrosiano - il governo suo, Fanfani, mette l'Ambrosiano in insolvenza.
Lo dichiara insolvente e manda sul lastrico migliaia di risparmiatori, che perdono tutto quello che avevano.
Poi, sia l'Ambrosiano, sia l'Andino fanno la loro regolare bancarotta.
La commissione P2, presieduta da Tina Anselmi, convoca Pisanu perché Angelo Rizzoli, editore, all'epoca proprietario del Corriere della Sera, P2, poi coinvolto in un crack, anche lui arrestato, racconta: "a proposito del Banco Andino, Calvi disse a me e a Tassandin - l'uomo della P2 al vertice del Corriere della Sera - che il discorso dell'onorevole Pisanu in Parlamento l'aveva fatto fare lui - Calvi. Qualcuno mi aveva detto che per quel discorso Pisanu aveva preso 800 milioni da Flavio Carboni".
Quest'accusa, che poi verrà riesumata anche dal portaborse di Calvi, Pellicani, non ha mai trovato conferma, quindi possiamo ritenerla falsa o non provata.
Ma il problema è politico: Pisanu è il signore che ha messo la faccia, è andato in Parlamento a dire che il Banco Ambrosiano era una meraviglia mentre era alla vigilia del crack.
Il tutto a causa dei suoi conflitti di interessi, cioè dei suoi rapporti con Carboni, con Calvi e con Berlusconi.
In commissione P2 si scatenano le opposizioni: i più accesi sono Teodori, dei Radicali, e Tremaglia, del Movimento Sociale, che ne dicono di tutti i colori di Pisanu.
Se volete trovate in "Se li conosci li eviti", la biografia di quei giorni terrificanti, tant'è che urlano "dimissioni, dimissioni, dimissioni!" e alla fine, il 21 gennaio del 1983, Pisanu si dimette da sottosegretario al Tesoro.
Poi rientrerà in un altro governo e verrà riciclato da Forza Italia, perché sapete che in Italia non si butta via niente!
Lo ritroviamo, Pisanu - ve lo racconto di nuovo il suo possibile ruolo di presidente della commissione antimafia - nel 2004, 10 gennaio, in una telefonata.
Non è lui al telefono: al telefono ci sono Berlusconi, presidente del Consiglio, e Cuffaro, all'epoca governatore della Sicilia per il centrodestra.
Cuffaro, sapete, era preoccupato perché c'era un'indagine per favoreggiamento alla mafia da parte della Procura di Palermo, Berlusconi lo rassicura e gli dice: "io ho saputo qui, la ragione perché ti telefono, il ministro dell'Interno mi ha parlato e mi ha detto che tutta la... è sotto controllo, è tutto sotto controllo".
Chi era ministro degli Interni in quel periodo? Pisanu.
A che titolo Pisanu sapeva notizie o controllava notizie su un'indagine segreta della magistratura a Palermo, un'indagine di mafia che coinvolgeva anche il governatore?
E a che titolo informava Berlusconi di queste eventuali notizie segrete di cui aveva saputo?
E a che titolo Berlusconi informava Cuffaro?
C'è, per caso, un reato di favoreggiamento in questo comportamento? Lo domando perché Cuffaro è stato condannato per avere avvertito dei mafiosi su notizie riservate su indagini in corso.
Se fosse vero quello che dice Berlusconi al telefono, forse ci sarebbe qualcosa di illecito anche nel comportamento di un ministro dell'Interno che si procura notizie su un'indagine segreta, che le rivela al presidente del Consiglio, che le rivela all'interessato, cioè all'indagato, cioè a Totò Cuffaro.
Perché non sono stati chiamati a risponderne penalmente? Perché in quel periodo la procura di Palermo adottava una linea morbida nei confronti dei politici.
Pisanu fu sentito come testimone, Berlusconi non fu nemmeno sentito.
La procura, presieduta da Piero Grasso, chiese e ottenne la distruzione di quei nastri, anziché mandarli al Parlamento per ottenere l'autorizzazione a utilizzarli per valutare eventuali reati da parte di Berlusconi e Pisanu.
Tutti da dimostrare, naturalmente, ma la telefonata è quanto mai inquietante, soprattutto perché Cuffaro non si è mai saputo da chi sapesse le notizie riservate che poi passava ai mafiosi.
Qui abbiamo un piccolo indizio: "il ministro dell'Interno mi ha parlato, e mi ha detto che tutta la... è tutto sotto controllo, tutto sotto controllo".
Perché dico questo? Perché è evidente che una commissione parlamentare antimafia seria, che volesse occuparsi dei rapporti mafia-politica, potrebbe per esempio cominciare dal caso Cuffaro.
E nel caso Cuffaro domandarsi se c'erano deviazioni istituzionali.
E magari convocare Berlusconi e Pisanu.
Ma se il presidente dell'antimafia fosse Pisanu, potrebbe convocare se stesso? Si, dovrebbe guardarsi allo specchio e farsi le domande e darsi le risposte.
Passate parola!

Ps. La scorsa settimana ho citato l'ex onorevole Publio Fiori a proposito della Loggia P2.
Fiori mi prega di precisare che il suo nome figurava, sì, nelle liste ritrovate nel 1981 negli uffici di Gelli a Castiglion Fibocchi.
Ma poi una sentenza definitiva del Tribunale di Roma (come pure l'Avvocatura Generale dello Stato) hanno stabilito che la presenza del suo nome nelle liste non dimostra la sua adesione alla Loggia.
Il suo nome, insomma, potrebbe essere stato inserito abusivamente negli elenchi."

Marco Travaglio