martedì 7 dicembre 2010

Trasferimento!

I lavori sono ancora in corso ma il blog si è trasferito a questo indirizzo:

martedì 30 novembre 2010

Vacca boia!

Bravi, siete riusciti a spegnere il sole di Monicelli.
L'avete fatto votando i nazisti (i ricordi della guerra bruciano per chi c'è stato), facendo gli ignavi davanti a tizi come Emilio Fede, favoreggiando il clientelismo politico e lavorativo.
Continuate a fregarvene, siete incomprensibili, senza vergogna e senza giustificazioni.


venerdì 19 novembre 2010

WoM is out

E' cool, è un pò bastardo, non è ipocrita.
Insomma... fossi in voi mi prenderei il tempo di scaricarlo che è pure gratuito:

















mercoledì 17 novembre 2010

Inno al manganello

Inno al Manganello

Sei nero duro e bello
sei il mio manganello
e arrivi dritto sulle teste
con la virilità di mille tempeste.

A volte penso... Mi chiedo... Chi ti doma? Chi ti giustifica?
La rabbia della prepotenza
schiacciata come una sigaretta sulla mia impotenza,
oppure i potenti e sudici Signori
che ti usano per Fini da dominatori?

Circo, circo, il circo dei dominatori
che è nero, é duro ed è bello
come il mio manganello!

Lo sai? Lo sai che 'quelli' dicono che sono sporchi i tuoi Neri signori?
Li additano perché poco avezzi all’acqua dell’equità
Li additano perché scrollano la gente come fanni i cani con le pulci.
Quelli non lo sanno ma la legge trionfante e’ la legge del mio manganello.

Qual’è il tuo colore preferito?
Il sangue rosso o la polvere di strada che grida dolore
impossibilitata a una vendetta?

Chi lo capisce il circo della vita, il circolo delle cose nate, morte, risorte e cadute.
Io tengo il naso dritto e le spalle grandi
e me ne frego dei miserandi.

Sono forte giovine e bello
sono il tuo manganello.








Un invito a tacere rivolto ai violenti, vuoti, inutili, agli ignavi.

sabato 30 ottobre 2010

Le mucche: scelte di carriera.


Clicca sull'immagine per ingrandirla.

domenica 26 settembre 2010

La passione giovane...

Ferrara, 25 settembre 2010
"Non hanno ucciso il futuro"
Tavola rotonda con i famigliari di alcune vittime delle forze dell'ordine.




Nascondere. Vietare. Uccidere. Promuovere i colpevoli.
Questo è il cattivo Stato.
Scoprire. Lottare. Soffrire. Crescere di futuro.
Questa è la lotta, la dignità.

Federico Aldrovandi, Carlo Giuliani, Stefano Cucchi, Gabriele Sandri, Aldo Bianzino e Giuseppe Uva sono la passione giovane, la strada buona che ti porta a sfidare il corruttore.
Partecipare a una tavola rotonda come quella di Ferrara, in occasione dell'anniversario di Aldrovandi, ti offre spunti di riflessione e resistenza.
Non accusiamo la polizia, come ha ricordato Haidi Giuliani, vogliamo combattere l'omertà di colleghi che hanno coperto altri colleghi o che hanno guardato in silenzio certi colpevoli scalare brillanti carriere...

Per informazioni: http://www.reti-invisibili.net

mercoledì 22 settembre 2010

Dialogo con il Signore

Io: “Ciao Dio.”

Signore: “Ciao figlia mia.”

Io: “Il tuo saluto mi mette sulle difensive. Ho avuto genitori particolari e decisamente gelosi. Mamma mi batte se ti sente!”

Signore: “Siete le mie creature, vi dono amore.”

Io: “Amore platonico… spero. Si sentono certi fatti legati al Vaticano.”

Signore: “Pietà, carità, fratellanza.”

Io: “No. Ecco, io credo nella cattiveria, se obiettiva può mettere verità e sale nella vita.
La bontà ipocrita del cattolicesimo crea danni e la mancanza di senso di responsabilità; tanto Dio ti perdona, porgete dunque l’altra ed evitate di tendere al miglioramento dell’essere umano.”

Signore: “Io sono consolazione. Abbraccio nell'istante e nella paura dell’oblio, forza nella malattia."

Io: “Un’aspirina? Ecco perché la Chiesa è un business, sei nel settore farmacologico!”

Signore: “Prometto il Regno dei Cieli.”

Io: “Una droga?”

Signore: “L’immortalità nella moralità.”

Io: “Ecco, io credo pure nell’immoralità come corretta espressione della crescita umana.
Nasci che sei una creatura incapace d’andare al bagno e di parlare, sei vuoto e tutti ti riempiono la coscienza di regole.
Personalmente amo discostarmi dai costumi in uso e avvicinarmi a un mondo tutto mio, al di fuori degli schemi usuali. Un mondo che mi appartiene, anche se incorretto, perché frutto della mia misera espressione, espressione limitata dalle mie esperienze e conoscenze.
Vedi Dio… Gente come Minzolini, sempre dietro a scrivere di omologazione del potere, loro sono una noia! Saranno ricchi, e io niente, ma quando cammino per strada non devo sbattermi a scodinzolare!”

Signore: “Devi amare i tuoi simili, li ho creati a immagine e somiglianza di Dio.”

Io: “Per quello credo che tu non esista o te la tiri, oppure sei stronzo. O tutti e tre vista la cosa della Trinità. Siccome non sei Zeus forse è la prima ipotesi, non esisti.”

Signore: “Mi rinnegherai tre volte al canto del gallo…”

Io: “Era la mia parabola preferita al catechismo.
Tu, Dio, potevi sgridarlo il prete che mi bachettava sulle mani, in fondo, non era colpa mia se confondevo l’ordine degli otto comandamenti!”

Signore: “Sono dieci”

Io: “Già… aspetta che ti allungo le mani…
Ti dicevo, era la mia parabola preferita. Ho passato l’infanzia in campagna e avevo due galli.
Bene, quando cantavano superavano sempre le tre volte."

Signore: “Cosa c’entra?”

Io: “E’ una prova scientifica.
Ho sempre avuto l’impressione di una cosa: dove si ripetono certi numeri (tre, sette, tredici) o si parla di cicli naturali dal sorgere del sole alle stagioni, beh, in questi contesti si tratta di superstizioni vecchie quanto il paganesimo.”

Signore: “Non avrai altro Dio all’infuori di me.”

Io: “Un’altra prova! Solo la chiesa poteva fare una richiesta simile.
Tu mi avresti lasciato adorare maiali, idoli di pietra assieme al tuo culto. La chiesa no, sai che casino con l’otto per mille?”

Signore: “… … …”

Io: “Ha messo giù la cornetta. Chi chiamo ora?”

giovedì 12 agosto 2010

Un'illusione da marciapiede

L'uomo si svegliò. Era disteso sulla sua schiena rigida e fredda, del resto, giaceva abbandonato su un marciapiede di città.
Quella notte non aveva odore né sapore.
La pancia gonfia di alcol, la testa rindondante di botte invisibili; erano le cicatrici dell'esperienza e bruciavano come tizzoni d'un fuoco acceso sin dall'infanzia.

Alzò la schiena contro il muretto. Claustrofobico, claustrofobia. Paura di morire patendo la vita.
"Che marciapiede di merda!" disse buttando lo sguardo tra un rifiuto mondano e i resti dei cani.
Si sentiva un verme, strisciava verso il basso con le aspirazioni tarpate dall'incapacità di reagire.
Riunì le mani sul grembo e mise i polpastrelli della destra appiccicati a quelli della mano sinistra. Quant'erano morbide le sue mani, sempre abituate a spassarsela tra le cose delicate, mica conoscevano la fatica che ti spella gli arti come cuoio.

Fortuna o sfortuna? L'uomo rimuginò tra i ricordi senza una risposta, non mancavano le troppe domande e le invitabili illusioni!
Si perse nel soliloquio dei rimpianti, fra un sospiro inutile, una pacca di conforto e la certezza della sua mortalità.
Senza Dio, se non la natura, lasciò cadere l'onnipotenza degli esseri umani tra le braccia della madre degli stolti e respirò a pieni polmoni, lentamente.
Quando l'aria incontrava la notte, uscendo dalla carne delle sue narici, diveniva un fumo bianco ed esile. Faceva gelo, laggiù, sul marciapiede del mondo.

'Davvero nulla è permanente e identico?' Si chiese.
'Questo freddo è stato glaciale per altre mille anime, grado più o grado meno. Questa terra fu inospitale per troppi e affabile al resto della media... sono differenze tali da rendere nulla la diversità?
Tutto si ripete in un ciclo conosciuto.'
L'uomo rise, parlava al ventp come i matti. Era tra i matti.

Il cielo inizio' a colorarsi dell'alba quando l'uomo capì di valere per ciò che viveva, attimo dopo attimo e, che ogni frase poetica, ogni piacere carnale, assieme a tutto ciò che il suo corpo liberava, erano e costituivano tutto ciò che possedeva oltre le menzogne dell'esistenza.
Allora, da solo, amò le botte dell'anima, i tizzoni ardenti e la pancia gonfia.

Quando il primo raggio di sole gli sfiorò la pelle, l'uomo si chiuse in posizione fetale e il tempo del silenzio divenne infinito.






Buona vita matti di strada o curiosi finiti a leggere queste pagine virtuali. Buon sole.
Io chiudo il blog per un tempo limitato e vi lascio cercando di tornare tra voi con la prima brezza dell'autunno.
Grazie a chi, ben sa, d'avermi donato un sorriso, o ancora meglio, una riflessione profonda.
Gio

giovedì 22 luglio 2010

Le mucche: intimità violata

Clicca sull'immagine per ingrandirla

martedì 20 luglio 2010

Il dolore incompreso

Illustrazione di Hol


Si stringono al dolore altrui ma non lo sentono.
Se lo facessero loro, questo dolore, riuscirebbero a fiorire,
magari a stento, magari non credendo d'esser in movimento.

La luce mortale, esile e cangiante, nasce dal pensiero.
Smettetela di nascondervi dietro alle mani, le mani della violenza unite alle lingue pungenti.
Il diavolo si spaccia per tale da secoli, invece voi, vi vestite di abiti candidi e di scuse, e di impegni, e di giochi, e di falsi cambiamenti...

La vostra è una cartolina dove cala un sole rosso, il tramonto dell'illusione e della verità.

mercoledì 14 luglio 2010

Le mucche: la politica

Parte I
Le illusioni di una mucca


(clicca sull'immagine per ingrandirla)



Parte II
La scomunica


(clicca sull'immagine per ingrandirla)




sabato 10 luglio 2010

martedì 22 giugno 2010

La violenza del potere

La mia modernità è vuota, gratuitamente violenta, offensiva, ignorante e ricercata con libero arbitrio davanti a una televisione spazzatura.


Il mio paese è un matrimonio d'interessi patrimoniali, una vittima della cupidigia, un baluardo del potere dove i 'forti' stanno scavando una bella fossa per nasconderci dentro la libertà d'espressione e i nobili diritti dell'essere umano. Credetemi, su quella tomba, gli assassini saranno capaci di portare i fiori.


Il mio stato 'moderno' è oppressore e la massa uno stolto burattino, gli bastano graziosi fili luccicanti per legarsi alla mano del padrone.


Si usa la violenza quando le parole non bastano, meglio,
dovrei dire 'quando le menzogne non bastano'.
Il silenzio/assenso del paese è il mio grande lutto.






Ballata delle madri


[...] Madri servili, abituate da secoli
a chinare senza amore la testa,
a trasmettere al loro feto
l'antico, vergognoso segreto
d'accontentarsi dei resti della festa.
Madri servili, che vi hanno insegnato
come il servo può essere felice
odiando chi è, come lui, legato,
come può essere, tradendo, beato,
e sicuro, facendo ciò che non dice.
Madri feroci, intente a difendere
quel poco che, borghesi, possiedono,
la normalità e lo stipendio,
quasi con rabbia di chi si vendichi
o sia stretto da un assurdo assedio.
Madri feroci, che vi hanno detto:
Sopravvivete! Pensate a voi!
Non provate mai pietà o rispetto
per nessuno, covate nel petto
la vostra integrità di avvoltoi!
Ecco, vili, mediocri, servi,
feroci, le vostre povere madri! [...]

Pasolini

venerdì 4 giugno 2010

Né carne, né pesce



Pubblico il racconto con cui ho partecipato a Coop for Words 2010
per chi ha voglia di imbarcarsi in questa letlura...



Né carne, né pesce

A mio nonno, conosciuto solo nella dignità dei ricordi; nato in un giorno della stagione del sole e compagno della libertà.
Giovanna


I - L'ombra della disavventura. Simone.

"Che occhio! Guarda che roba!" dissi buttando la faccia sopra il catino d'acqua.
"Shh!" La vecchia mi mise una mano rugosa sulla bocca, con l'altra reggeva un lumino per scorgere la bolla d'olio dentro la bacinella. "Un occhio t'ha guardato, un occhio t'ha invidiato e l'altro il cuore via s'è portato. Padre Eterno caccia il malocchio, entra buona sorte. Nel nome di Maria questo male se ne vada via!"
La vecchia baciò il crocifisso appeso alla corona del rosario, tracciò per tre volte il segno del Padre, Figlio e Spirito Santo a pelo d'acqua e abbassò il capo sfiorando la mia testa di bimbo, ne percepii l'alito. "Vai a casa, dì alla mamma di pregare. Corri prima dei problemi!"
Fuori dalla porta m'attendeva il cane del quartiere, era grasso e ringhiava. Volevo farmi aiutare ma papà si sarebbe arrangiato. Doveva esistere una via di fuga. Tenni le gambe inchiodate a terra e scesi col busto a prendere un sasso conservando la guardia sul nemico. Quando lanciai la pietra il cane spaventato inseguì il sasso e, io corsi via a passi svelti alzando la polvere. Da tre giorni non pioveva, laggiù nelle campagne piatte come tavoli da apparecchiare senza carne né pesce, sotto il caldo estivo d'una giornata del 1925.

Elisabetta mi strinse al petto, ero l'ultimo dei suoi quattro figli e adoravo mangiare l'odore di farina, sudore e latte del suo grembiule.
"Papà, senti qualcosa?" disse lei. I grandi occhi scuri di Giovanni, in grado d'affascinare una moglie di dieci anni più in gamba di lui, si socchiusero. "Niente, è tardi, a letto."
Io mi chiamo Simone, sono un bambino pieno di sogni che ama papà, uno dei tanti puntini attaccato agli altri puntini dell'universo. Mio padre al paese lo chiamano lo 'stregone' perché legge i libri ed esercita l'intuito e, spesso, ci azzecca. A me piace seguirlo a pulire la cacca dei conigli, a dissotterrare le patate nell'orto, gli rubo pure qualche romanzo d'avventura meglio se coi corsari o i moschettieri. Quando guardo le mie mani, già lunghe e affusolate, penso a come potrò somigliargli ma le mani di papà sono piene di pallini gonfi di prurito e dello stesso colore del sangue, per il lavoro in conceria, così mi ha spiegato mamma.


II - La fabbrica stonata. Giovanni.

Arricciai il naso fissando gli abiti nell'armadio e feci scivolare in avanti qualche attaccapanni, scelsi la solita camicia grigia rattoppata sui gomiti. Sapevo d'esser destinato a una ramanzina. Mia moglie Elisabetta scuoteva il capo. "Metti la camicia nera. Finirai zoppo come il sindacalista."
"Non voglio, perché non mi piace."

I polmoni non sono più quelli d'un tempo caro mio, mi dissi imbracciando le redini della bicicletta, quando ti fai tre chilometri tutti i giorni con l'acqua, il sole, la nebbia, lo senti che la chimica della fabbrica ti ha corroso la salute. La conceria serve a mandare avanti la famiglia mica a passare il tempo. Eccolo il mostro, un capannone di pietra e ferro; sembra minacciarti che da lì non si smuove, lui mica si piega facilmente, non è fatto di carne e sentimenti. Eccolo invece Rolin, paonazzo per il vino dell'osteria e le notti bianche. La moglie ha le crisi del respiro, quella s'alza e ansima che pare una moribonda, se ne sta al centro della cucina seduta a braccia conserte, un fantasma muto. Uno per forza passa le notti lisce con tutti i pensieri che ti frullano per la testa, le preoccupazioni sono come le cose buone, una tira l'altra.
Rolin aprì le braccia sconfortato. "Giovanni facciamo protesta. Mia moglie è malata e dormo poco. Ogni giorno in fabbrica subisco la spocchia dei caporali, non si può andare avanti così, non ne posso più! Siamo malati pure noi, abbiamo la pelle piena di chiazze e qualcuno sta diventando sordo."
Io volevo e non potevo, mi fermavano quattro figli. Il senso di colpa accompagnò ogni incastro di attrezzi sino a far scivolare la giornata al tramonto.
Il caso è buffo, gioca a stupirti coi fili della corrente. Uno di questi fili spuntava da sotto il water e ogni maledetta volta che un operaio andava per bisogni rischiava di beccarsi un brivido sotto ai piedi. I primi episodi sono stati divertenti, il compagno Augusto corso fuori dalla toilette con le braghe calate mostrando il sedere a prugna secca e la segretarietta che ne aveva fatto una questione di pianto dando sfogo alle ire della capo contabile. Oggi, io avevo tirato l'acqua e quella scossa, fulminea e crudele, m'aveva stancato. Uscii dal bagno, posai una mano sulla spalla di Rolin e dissi: "Io ci sono."


III - Lo sciopero. Elisabetta.

"Simone incarta bene il panino... non farlo cadere a terra."
"Mamma? Papà porta anche il vino?"
"Oggi sta ai cancelli" gli risposi senza guardarlo in volto, poteva scorgermi la paura sul viso "i cancelli, c'è lo sciopero."
"Quindi?"
"Protestano, roba da grandi e la fabbrica si sentirà inutile senza le sue formichine laboriose."

Le nove di sera, sono sola e siedo guardando il camino spento. Ho mandato a letto i bambini, non voglio storie. Giovanni è fuori casa, ancora. Stanca per pregare, per immaginare, per piangere; sono una corda tesa. Quando lo vedo rientrare il cuore pare sprofondare e rialzarsi. Giovanni ha il volto pallido, è sporco di terra ma, Dio, é tutto intero e cammina alla perfezione. La mia vita sta intera. Io gli bacio le mani, lui mi guarda. “Domani, in fabbrica, devo mettere la camicia nera... non mi piace amore”.

mercoledì 2 giugno 2010

La locura

lunedì 31 maggio 2010

E' colpa dei pacifisti?!?

"Non ho ancora elementi sufficienti per capire cosa sia successo ma la questione era nota da giorni. Questa vicenda si può classificare come una voluta provocazione: aveva un fine preciso, politico". Così Alfredo Mantica, sottosegretario agli Esteri, commenta l'assalto di Israele alle navi dirette a Gaza. "Possiamo discutere sulla reazione israeliana - osserva - ma pensare che tutto avvenisse senza una reazione di una qualche natura era una dilettantesca interpretazione di chi ha provocato questa vicenda. Credo che in operazioni di guerra così delicate queste azioni spettacolari servano solo a peggiorare la situazione e a rendere ancora più impraticabile la strada del dialogo". "Mi pare - prosegue Mantica - che sia in atto una voluta provocazione per vedere fino a che punto Israele reagisce. Poi, sul merito della reazione israeliana, non do giudizi perchè ancora non conosco bene i fatti ma sperare che Israele non reagisse era un'illusione. Il principio della rappresaglia israeliana - conclude - è un principio conosciuto nel mondo"

Fonte: Repubblica

domenica 30 maggio 2010

L'Anniversario


-- Liberamente ispirato a: “L’anniversario” di Pinter. --


Tre persone sedute attorno al tavolo di un bar, sono coetanei.
Un uomo di nome Mackie e due donne: Polly, Jenny.


Polly: "Buon Anniversario! Come siete belli!"
(alza il calice assieme agli altri due)

Mackie: "Grazie cara, chi l’avrebbe mai detto..."

Jenny: "noi due ancora insieme e tu ci hai fatto conoscere."

Polly: "Ricordi Jenny, andavamo al cinema insieme, dal parrucchiere, in banco vicine"

Jenny: "mi hai consolato di tutte le mie insufficienze in matematica"

Polly: "e ti ho fatto copiare i compiti di latino!"

Jenny: "Devi essermi grata, ti ho aiutato con i tuoi genitori. Ora te lo posso dire, tanto sono morti, con te si comportavano malissimo, dei veri stronzi."

Mackie: "Era brava a consolarti?"

Jenny: "Sì, modestia a parte, la facevo sorridere come nessun altro. Ero bravissima."

Polly: "Lo sei ancora, con gli uomini!"

Mackie: "Il lavoro ti va bene, no?"

Polly: "oh, mi diverto molto, guadagno tanti soldi e mi compro cose belle, quelle da far venire parecchia invidia."

Jenny: (rivolta a Mackie) "Sì ma quando torna a casa è sola"

Mackie: "per fortuna ho te, Jenny"

Jenny: "Mackie, se Polly non ci avesse fatto conoscere..."

Polly: (guarda Mackie) "Se non lo avessi lasciato penderebbe ancora dalle mie labbra"

Mackie: "erano troppo orgogliose e taglienti"

Jenny: "Chissà come eravate insieme. Sinceramente non vi vedo bene, intendo né oggi, né nel passato. Avete una pessima cera!"

Mackie: "Vi vedo un punto in comune, l’orgoglio."

Polly: "Avevamo pure una meravigliosa amicizia."

Jenny: "Tutte le cose finiscono"

Mackie: "almeno iniziano e nel durante ti puoi divertire. Prendete me, da parecchio aspetto un lavoro serio, nel frattempo non piango. Da tre anni dura questa noia ma mica soffro, cerco di spassarmela. In ufficio ci sono certe gonne da osservare…"

Jenny: "Tanto tu torni sempre a casa."

Polly: "Facciamo un brindisi?"

Jenny: "Ho bevuto troppo."

Polly: "Ti porta lui a casa."

Mackie: (rivolto a Polly) "In braccio, come facevo con te"

Polly: "(rivolta a Jenny) mi ubriacavo per noia. Meglio bere, subito."

(alzano i calici)

TUTTI Insieme: "Buon anniversario!"



mercoledì 26 maggio 2010

Sentenza Diaz

Vi rimando, commenti e lettura, a questo link:
"Un giudice c'è anche a Genova, non solo a Berlino!"

sabato 15 maggio 2010

Telefonata

Egon Schiele



"Pronto? Pronto? Ciao Carla, tesoro passami mamma. Sì certo, no, sì,
sì... sì e no... senti, sai che é mamma a prendere certe decisioni, io
le eseguo e tu pure. Dai, sto tornando. Sì, bacio"

"Oh ciao Maria, amore non sai che inferno oggi. La donna delle pulizie
sembrava una pazza, ha scoperto di aver investito in titoli di stato
greci consigliata dal Direttore, pensa, voleva parlare con lui! Che
fatica! Le ho detto di non preoccuparsi che é una svalutazione
momentanea, 30 o 40 anni...
Come? Parlo solo io? Cosa dici? Mariaaa, ancora?"

"No, 'sta questione della pausa di riflessione, mi hai rotto
Maria. Cosa significa 'pausa di riflessione'? Abbiamo comprato la casa
al lago per quello e pure il gatto coi problemi renali, uno sano é troppo
indipendente, così dicevi!
Dai Maria, da sola ti annoi... Come Carla? No Carla me la tengo,
assomiglia di più a me"

"Sì, ti dico di sì, ha le mie stesse paranoie, poca dignità, timida
che pare strana e poi... sì, non ha paura del buio anzi lo cerca, é
pura attrazione verso l'ideale della morte, lei non lo sa ancora ma
siamo due gocce d'acqua. Come? Cosa?"

"Non sto facendo il mio solito monologo. No, basta con questa
riflessione! Te l'ha consigliata quella femminista vero? Un genio, all'università leggeva Torquemada invece di seguire le lezioni di psicoanalisi...
Per quella cagna riaprirei la Santa Inquisizione!"

"Lo so, lo so, ti ho detto io di andarci, ma amore, sognavi che ti
inseguivo nel supermarket con un kalashnikov!"

"No! no! non sono contrario agli psichiatri. Ma nooo, non ti credo
matta, è quella cagna a essere eccessiva...
Ricordi quando ti ha detto di vestirti come mia madre? Un mese ci ho
messo a riprendermi sessualmente, avevo pure difficoltà a urinare... mi
prendevano certe visioni e un bruciore, un bruciore...
Nooo, è vero, sai che ho problemi con mia madre, hai visto come sono ridotto!"

"Cosa? E adesso cosa c'entra il maestro di tennis. Quello puntava ai
soldi, i nostri. Insomma li vedi i tuoi limiti!"

"Noo, non sei brutta, mi assomigli"

"Sììì, come Carla"

"Senti, sono lì tra 5 minuti e ne parliamo. Sì dai, ti passa, ti metto
su un pò di musica, mi racconti la tua giornata e ti massaggio i
piedi. Ti é passato un po'?"

"Nooo, non sono pessimista, solo realista.... Sì amore arrivo, sì ti
porto al lago, sì domani... sì stasera... sì sì."




venerdì 23 aprile 2010

Senza Vergogna



Il libro "Senza Vergogna" è un interessante affresco di Marco Belpoliti sulla società odierna (edizioni Guanda).








Da un articolo dell'autore (cliccate QUI per leggere la versione integrale, ve la consiglio):

"La vergogna non c’è più. Quel sentimento che ci suggeriva di provare un turbamento, oppure un senso d’indegnità di fronte alle conseguenze di una nostra frase o azione, che c’induceva a chinare il capo, abbassare gli occhi, evitare lo sguardo dell’altro, di farci piccoli e timorosi, sembra scomparso. [...]
Da qualche tempo mi domando perché si sia perduto questo sentimento così forte, essenziale, e insieme terribile, come mai abbiamo perso questo guardiano o, come dicono gli psicologi, questo strumento essenziale per la salvaguardia di sé. Oggi la vergogna, ma anche il pudore, non costituisce più un freno al trionfo dell’esibizionismo, al voyeurismo, sia tra la gente comune come nelle classi dirigenti. La perdita di valore della vergogna corrisponde alla idealizzazione del banale e dell’insignificante. Lo sguardo ammirato di molti si rivolge non più a persone di rilievo morale o intellettuale, bensì a uomini e donne modesti, anonimi, assolutamente identici all’uomo della strada o alla donna della porta accanto. Un tratto che evidenzia il processo di omologazione in corso nelle società fondate sulla democrazia dei consumi. [...]
La vergogna, ci raccontano gli psicoanalisti, è diventata un tabù. O meglio, si è trasformata in vergogna-di-non-aver-successo, di non essere notati: la terribile vergogna d’essere nessuno. Ha scritto uno psicologo che la nostra vergogna contemporanea consiste nel sentimento del fallimento della propria esibizione. Ci si vergogna di vergognarsi, poiché questo richiama l’attenzione di tutti sull’unica cosa che si vuole nascondere: l’insuccesso. Non è più vero come nel passato che la vergogna costituiva comunque un valore, e designava ciò che distingue l’essere umano dagli animali. La vergogna della società contemporanea è una “vergogna sulla pelle” o, come dicono gli psicologi, una “vergogna amorale”."
Di Marco Belpoliti estratto da: clicca QUI


Note: la 'vergogna amorale' si distingue dal reale sentimento di vergogna per identificarsi con una nuova emozione superficiale dettata dall'etica del successo e dal conformismo.

(Immagine in b/n tratta da "Rocco e i suoi fratelli" di L. Visconti)

sabato 17 aprile 2010

Mucche: l'oracolo ha detto...


Clicca sull'immagine per ingrandirla

domenica 11 aprile 2010

Mucche: il capitalismo


Le fatiche del capitalismo

(Clicca sull'immagine per ingrandirla)




Il sistema clientelare capitalista


(Clicca sull'immagine per ingrandirla)




Il reddito pro capite

(Clicca sull'immagine per ingrandirla)




Lo svago capitalista

(Clicca sull'immagine per ingrandirla)

lunedì 5 aprile 2010

Gli artisti di Montmartre

La mano di un'artista tiene la terra, il fuoco, l'acqua, l'aria, tra il creato e la creazione; se ne stanno sospesi, inerti ma non inermi, finche' una scintilla li muta in movimento, forma, contrasto di idee e via sino al termine... Se il compiuto é soddisfacente lasciatelo dire agli sguardi purché carichi di vivaci sfumature.
Chi ha creato sarà pieno se si sentirà vuoto, poiche' il pieno s'é esaurito nella creazione.


sabato 3 aprile 2010

Le mucche: l'incompresa


Clicca sull'immagine per ingrandirla



"L'Italia – e non solo l'Italia del Palazzo e del potere – è un Paese ridicolo e sinistro: i suoi potenti sono delle maschere comiche, vagamente imbrattate di sangue: «contaminazioni» tra Molière e il Grand Guignol. Ma i cittadini italiani non sono da meno. Li ho visti, li ho visti in folla a Ferragosto. Erano l'immagine della frenesia più insolente. Ponevano un tale impegno nel divertirsi a tutti i costi, che parevano in uno stato di «raptus»: era difficile non considerarli
spregevoli o comunque colpevolmente incoscienti."
Pasolini, tratto da 'Lettere Luterane'.

martedì 30 marzo 2010

Mahagonny


“Tutte le arti contribuiscono all’arte più grande di tutte:
quella di vivere”

Brecht


Sono giorni di parole, teorie sui risultati elettorali, teorie sull'andamento del paese, teorie sulle teorie e turbe per le mancate reazioni degli italiani a questa democrazia che finge di attribuirci diritti rendendoci, al contrario, ogni giorno più servi.
Eppure, da sempre, gli uomini hanno avuto lumi per ragionare sul destino della società e sull'esercizio della libertà in democrazia; uno di questi fari é Bertold Brecht, autore marxista sviluppò la concezione del "teatro epico" dove scenografie, interpretazione degli attori, scrittura, dovevano evitare allo spettatore d'immedesimarsi nell'opera sino a perdersi in essa (il cosidetto straniamento) ma, al contrario, far riflettere lo spettatore spingendolo a interrogarsi sui processi in atto nella vita politica e sociale del paese.
L'uomo compierà ben pochi passi in avanti finché rimarrà inserito negli avvenimenti storici come semplice pedina e servo dei bisogni infusi dai potenti, la coscienza civile assieme alla dignità sono le vere armi, possono fare la differenza tra il navigare nel mare del destino o il provocare l'onda del cambiamento. Ricordiamoci: il sistema ingloba ogni energia, arte, riflessione, e le modifica per autoalimentarsi al fine di distruggere il vero spirito critico.




Ascesa e rovina della città di Mahagonny, opera in tre atti di Brecht


Atto I – Fondazione della città di Mahagonny (Alabama)

Leokadja Begbick, Fatty e Trinity Moses ricercati per lenocidio e bancarotta fraudolenta sono in fuga su un autocarro quando un guasto al motore li blocca nel bel mezzo d'una zona deserta. Davanti a loro il nulla, su, in alto, lungo la costa c’è l’oro, i fuorilegge decidono di fermarsi in quel luogo per fondare una città, Begbick dice:

“Se non possiamo andare lassù, resteremo quaggiù. Badate quelli che son tornati di laggiù e hanno visto fiumi d’oro, hanno detto che i fiumi tirano fuori l’oro molto controvoglia. E’ un brutto lavoro e noi non sappiamo lavorare. Ma io li ho visti quelli, e vi dico che loro lo tirano fuori. L’oro si tira più facilmente fuori dagli uomini che dai fiumi. Per noi dunque qui una città sorga; e si chiami Mahagonny, cioè: trappola!”

Nasce la città dove tutto è permesso, Mahagonny, lì bastano pochi soldi per gin, whiskey, donne, sigari e ozio. La notizia del paradiso lussurioso si diffonde facendo arrivare da ogni dove tanta gente in cerca di consolazione dal grigiore del lavoro e dalle ristrettezze economiche.
Jenny, valigie pronte, s'intrufola in città assieme a sei prostitute:

“Mostrateci la via del vicino whiskey-bar
ma non chiedeteci il perché
Se non lo troviamo
ti dico, moriremo…
Se non troviamo il dollaro facile
ti dico, moriremo”



Jim Mahoney, Jack, Bill e Joe reduci da sette anni di duro lavoro come taglialegna in Alaska decidono di fermarsi a Mahagonny e Jim, guida del gruppo, unisce i suoi giorni in città a quelli di Jenny.


Inaspettatamente un uragano attenta alla vita di Mahagonny, Jim, stanco della monotonia e della falsa pace tra gli abitanti basata su assurdi divieti, inventa un gioco distruttivo connaturato a una morale del tutto soggettiva:

"perché innalzare torri smisurate
se non possiamo abbatterle poi e farci una risata?
Quel che é piano diverrà curvo,
quel che si erge domani cadrà:
ma gli uragani a che servono?
Perché i tifoni, perché?
A che serve un uragano, allora?
Cos'è di tremendo un tifone,
può farselo l'uomo, può farselo l'uomo da sé!"


Atto II - L'uragano ha aggirato Mahagonny e prosegue oltre
Mahagonny è salva, l'uragano ha proseguito la sua corsa di distruzione in un'altra direzione.
Jim e gli abitanti si lasciano andare alla notte del terrore secondo i precetti cantati dal taglialegna; ora tutto sarà lecito.
"Prima di tutto c'è il mangiare,
poi l'amore ci vorrà,
terzo la boxe non ti scordare,
quarto bere finché ti va.
Ma sopratutto attenti qua:
nessun divieto più varrà."

Jack divora carne sino a morire; Begbick e Moses s'occupano di dare agli uomini le ragazze per appagarne la sete d'amore; Joe, minuto e debole, affronta a boxe il gigante Trinity Moses lasciandoci la pelle. Infine Jim, s'ubriaca offrendo da bere a tutti ma non ha più denaro e nemmeno Jenny gli concede un prestito, senza soldi Jim non ha più valore a Mahagonny e finisce in carcere.



Atto III - I processi a Mahagonny non erano peggiori che altrove
Jim è condannato a morte. Begbick legge la sentenza:

"Per non aver voluto pagare
un'asta e tre bottiglie di whisky,
per questo tu sei condannato a morte, Jimmy Mahoney.
Per mancanza di soldi,
ch'è il delitto più grande
che ci sia sulla terra!"

Jim è condotto al patibolo, "la gioia che ho comprato non era gioia, la libertà acquistata non era libertà". Sulla cortina di scena appare la scritta:

"Esecuzione e morte di Jim Mahoney, a molti questa esecuzione spiacerà, ma forse neanche lei, caro signore, avrebbe tirato fuori i soldi per salvare il nostro tagliaboschi. Tale é la stima del denaro ai giorni nostri"

Mahagonny é in fiamme, manifestanti innondano le vie portando in alto cartelli di protesta tra loro contraddittori; Moses si veste come un Dio e urla, annaspa parole di giudizio; Bill, Tobby, Jenny e Fatty gli rispondono: "Sta pur certo che all'inferno non andremo, noi, perché all'inferno siamo stati sempre". Qualcuno trasporta nella confusione degli eventi la bara di Jim e l'opera si chiude:
"Potrai ben parlar dei suoi bei giorni
potrai pure scordarli i suoi bei giorni,
potrai rivestirlo come vuoi,
non potrai salvarlo un uomo morto.
Non potrai salvar né lui né alcuno!"

martedì 2 marzo 2010

Lavorare ieri stancava, oggi deprime


"... Nella società borghese il capitale è indipendente e personale,
mentre l'individuo attivo è dipendente e impersonale. E l'abolizione di questo rapporto la borghesia la chiama abolizione della personalità e della libertà! E a ragione.
Si tratta però dell'abolizione della personalità, indipendenza e libertà borghesi."

Manifesto del Partito Comunista



Il lavoro, quando esiste, è precario, privo di garanzie, privilegi e... tremendamente stressante.
Gli imprenditori ritengono i dipendenti sostituibili, la voce dei sindacati grida solo in presenza di numeri sostanziosi e, chi comanda, confonde la persona con un mero costo di bilancio aziendale.
In Italia si risparmia sulle risorse umane e nel settore ricerca/sviluppo, in pratica sulle fondamenta del futuro di una qualsiasi attività imprenditoriale.

Le persone sono l'immagine dell'azienda. Il sorriso e la buona reputazione di un negozio, di un ufficio, si rivelano anche nelle relazioni iterpersonali dei dipendente, se il cliente trova cortesia, rispetto e attenzione, significa che è entrato in contatto con un ambiente di lavoro gratificante e vivace.

Lavorare al giorno d'oggi, significa non trovare nessuno pronto a insegnarti una professione (pensiamo ad ambienti di crescita come il giornalismo), avere il fantasma del turnover dietro le spalle, produrre sulla quantità anziché curare la qualità, ritrovarsi sovente in ambienti dove l'amore per il lavoro è nullo e questo a partire dall'alto, dallo stesso capoufficio.
E' il denaro facile e immediato a farla da padrone.

Le possibilità di carriera sono bloccate da un sistema mafioso clientelare, si vive in mezzo a capi incompetenti, immaturi, egocentrici, da cui il dipendente deve tutelarsi usando calma, humor, insomma questi boss moderni vanno ascoltati e accuditi, siamo subordinati per modo di dire perché le responsabilità importanti ci sono e non trovano la giusta correlazione con gli stipendi (retribuzioni da ultimo livello, 23esimi nei paesi Ocse).

Turnare tra i lavoratori la posizione di capoprogetto sarebbe un'ottima soluzione per dare rilievo e realizzazione personale, inoltre assicurerebbe una continua freschezza d'iniziativa priva della tensione di esser continuamente i primi della linea.


Nei tempi moderni è il denaro spietato, irresponsabile, potente a governare le mani e i pensieri delle società imprenditoriali. In questo paese immobile, in ristagno economico e ricco di ineguaglianza sociale ciò significa continuare a spargere sale sullo splendido e fecondo terreno italiano.





Le macchine che danno l’abbondanza ci hanno lasciati nel bisogno,
la nostra sapienza ci ha reso cinici,
l’intelligenza duri e spietati.
Pensiamo troppo e sentiamo troppo poco.
Più che di macchine, l’uomo ha bisogno di umanità.
Più che intelligenza, abbiamo bisogno di dolcezza e bontà.
Senza queste doti la vita sarà violenta e tutto andrà perduto.

Charlie Chaplin


sabato 20 febbraio 2010

Le mucche: Activia e la Marcuzzi


Clicca sull'immagine per ingrandirla







Fare dello sport? Addominali? Corsa?
Così non sarai gonfia come tutte le TUE amiche!

lunedì 15 febbraio 2010

A Single Man



"L'amore vero essendo infinito ed eterno,
non può essere consumato che nell'eternità."
Aldous Huxley



“A single man” è un film costruito su oggetti, particolari, gesti, dove le inquadrature si susseguono illustrandoci la solitudine di George Folconer, (Colin Firth), professore di letteratura in un college a Los Angeles nel 1962.
Il tichettio di un orologio, la promessa di pace di una pistola, le pupille colorate e intense degli attori, (perché gli occhi costituiscono la porta della percezione secondo Aldous Huxley), sono tutti indizi, tutti rimpianti appartenuti e appartenenti al protagonista George.
Sedici anni di amore e convivenza con Jim, (Matthew Goode), avevano colmato le tristezze del professore e il suo esser lunatico quando sfiorava le premonizioni sulla meccanicità della vita. Senza Jim, strappato alla famiglia da un incidente stradale, la sua esistenza è divenuta ripetizione e la notte incubo.
George si è annoiato a cercare un senso a questa vita.

Svegliarsi al mattino osservando l’orologio scandire gli attimi, mangiare, vestirsi, insegnare, tutto diviene sforzo, una parte da recitare sino alla fine del giorno. George ha solo voglia di trascinarsi nel dolore, far fluire il suo animo spezzato nel lutto e urlare, urlare sino a infrangersi oltre le barriere che separano l'ORA dal passato rinnegando il futuro.

I pensieri di Falconer sono finiti, la voglia d'ascoltare pure, così mentre gli alunni ridono sulla lezione, una discussione su “dopo molte estati” di Aldous Huxley, il professore s'inarca sui ricordi, ripensa a Jim, alla macchina ribaltata dallo schianto dell'incidente, al corpo dell'amato abbandonato sulla neve, ai suoi grandi occhi blu vitrei, morto lontano senza la consolazione di un bacio, solo come lui.

'A single man' è una storia d'amore, il conto alla rovescia di uomo che attende d'essere ricongiunto a chi amava, il destino ha spezzato la sua gioia e George, per nulla consolato dall'amicizia egoista di Charlotte (Julianne Moore), dall'avventura con un giovane studente (Nicholas Hoult), ci racconta come si ride e si piange d'amarezza anche tra gli invisibili, i gay.
Una delle tante minoranze, una delle tante paure usate da chi tira i fili dall'alto dei palazzi governativi per imporre visioni di vita e leggi.

Il film è di una perfezione glaciale, trucco, abiti, inquadrature sono studiate nei minimi dettagli, la mancata imperfezione allontana il cuore dello spettatore dal dramma. Ci ha pensato la splendida performance di Colin Firth a rendere umano George Falconer e salvare sensazioni d'empatia che si esaurirebbero nella soddisfazione visiva.



Curiosità:
Tom Ford, stilista di moda (Gucci, Yves Saint Laurent) esordisce al cinema con questa pellicola, da giovane ha avuto la fortuna di frequentare lo Studio 54 e conoscere Andy Warhol.

Segnalo le musiche addizionali di Shigeru Umebayashi (film "in the mood for love")






lunedì 1 febbraio 2010

Le mucche: dicerie...

Clicca sull'immagine per ingrandirla

lunedì 25 gennaio 2010

Il vecchio stanco



Un vecchio inseguiva il segreto della vita. La sua ricerca gli chiese la rinuncia alla pace.
Viaggiava attorno al mondo, meditava, chiedeva la carità. Un solo tarlo percorreva le
sue rughe e le stanche membra, era il segreto della vita, doveva sapere, urgeva indagare.
Quando le strade percorse divenirono un girotondo, i piedi gonfi e le illusioni stanche,
si chiese quale limite oltre il mare dell'orizzonte dovesse ancora incontrare.

"La morte! La morte!" gli rispose un bambino monello, veduto al sole estivo
correre ai giochi spensierati.
Il vecchio caricò sulle spalle la bisaccia, e via via, oltre il baratro ultimo,
dove il tempo termina, i sospiri scompaiono e le lacrime ti abbandonano.


Quell'infinito cercare senza mai ritrovarsi lo fece sostare stanco accanto
al caldo fuoco di una casa modesta come tante. Attese.
La mietitrice gli apparve una notte d'inverno allo scoccare delle tre.
Il vecchio la supplicò di non rapire la sua vita senza prima colmarlo
del segreto bramato lungo la marea dell’esistenza.
La morte, dopo averlo ascoltato annoiata, prese una clessidra, rise
sbattendo i denti ossuti e gli rispose che non nutriva pietà, ne'
rabbia, ne' felicità, si trovava lì alle tre perché così aveva voluto
il vecchio.
- Il destino lo hai deciso tu, esistono poche spiegazioni vecchio stanco -
gli disse la morte - una è nel tempo incontrollabile che dona
attaccamento alla vita, l'altra nell'ignoranza, ti fa cercare dove non
vi è nulla di astruso da trovare. Infine, l'ultimo segreto è nel tuo
sangue, parte del destino, scritto prima di te, a volte riserva
sorprese a volte riserva pene. E’ una giostra chiamata casualità.
Tutto qui. -
La morte fece spallucce e attese il suo pegno.

Il vecchio assetato, bevve a una a una le parole rivelatrici legandole
all’ultima scintilla di mortalità. Fu un vano aggrapparsi, che la
coscienza veniva travolta dalle stelle eterne di fine e inizio ciclo.
Il vecchio sospirò, s’arrese alla danza dell'eternità e morì stanco.



martedì 5 gennaio 2010

San Tommaso il ficcanaso


San Tommaso
era un gran ficcanaso.

Uno di quelli dai riflessi lenti
e che non sono mai contenti.

Un vizio aveva,
metter il dito nella piaga per provar s’era vera.

Un dì, vide il Re ferito
mostrare alla folla il volto contrito.

Un santo bastone addosso gli avevan lanciato
in un gesto veloce ma affettato.

Tommaso partì alla volta della corte
immeditamente doveva provar la malasorte.

Chiese alle guardie di non esser cacciato
e il suo dubbio di comunismo venne tacciato.

Arrivò dal Re sfiancato.
"Maestà, chiedo solo di poter parlare ed esser ascoltato!
Sono incerto di carattere… per cui le chiedo… non è che sua Maestà s’è inventato l’attentato?"

Lo stregatto imperiale fece un gran sorriso
il cuore del Santo saltò in un balzo improvviso.

E Tommaso finì vittima di una maledizione
recitata dal mago di corte con convinzione.

Ogni pensiero usciva dalla sua bocca all’opposto.
Voleva dir dittatura e diceva pace.
Voleva gridar allo scandalo e lodava il bene.

Finchè stanco e amareggiato, si isolò in un mondo lontano
senza stregattti, corte e sovrano.




Nota legale: dipinto gentilmente concesso dal Caravaggio dopo la sua fuga da Roma.





Andate e leggetene tutti!
'Out of the blue'
un nuovo giornale satirico, gratuito e on line...

clicca qui




venerdì 1 gennaio 2010

Le mucche: i guai dell'amoreee...

Clicca sull'immagine per ingrandirla.


Buon Anno a tutti!!!