martedì 30 marzo 2010

Mahagonny


“Tutte le arti contribuiscono all’arte più grande di tutte:
quella di vivere”

Brecht


Sono giorni di parole, teorie sui risultati elettorali, teorie sull'andamento del paese, teorie sulle teorie e turbe per le mancate reazioni degli italiani a questa democrazia che finge di attribuirci diritti rendendoci, al contrario, ogni giorno più servi.
Eppure, da sempre, gli uomini hanno avuto lumi per ragionare sul destino della società e sull'esercizio della libertà in democrazia; uno di questi fari é Bertold Brecht, autore marxista sviluppò la concezione del "teatro epico" dove scenografie, interpretazione degli attori, scrittura, dovevano evitare allo spettatore d'immedesimarsi nell'opera sino a perdersi in essa (il cosidetto straniamento) ma, al contrario, far riflettere lo spettatore spingendolo a interrogarsi sui processi in atto nella vita politica e sociale del paese.
L'uomo compierà ben pochi passi in avanti finché rimarrà inserito negli avvenimenti storici come semplice pedina e servo dei bisogni infusi dai potenti, la coscienza civile assieme alla dignità sono le vere armi, possono fare la differenza tra il navigare nel mare del destino o il provocare l'onda del cambiamento. Ricordiamoci: il sistema ingloba ogni energia, arte, riflessione, e le modifica per autoalimentarsi al fine di distruggere il vero spirito critico.




Ascesa e rovina della città di Mahagonny, opera in tre atti di Brecht


Atto I – Fondazione della città di Mahagonny (Alabama)

Leokadja Begbick, Fatty e Trinity Moses ricercati per lenocidio e bancarotta fraudolenta sono in fuga su un autocarro quando un guasto al motore li blocca nel bel mezzo d'una zona deserta. Davanti a loro il nulla, su, in alto, lungo la costa c’è l’oro, i fuorilegge decidono di fermarsi in quel luogo per fondare una città, Begbick dice:

“Se non possiamo andare lassù, resteremo quaggiù. Badate quelli che son tornati di laggiù e hanno visto fiumi d’oro, hanno detto che i fiumi tirano fuori l’oro molto controvoglia. E’ un brutto lavoro e noi non sappiamo lavorare. Ma io li ho visti quelli, e vi dico che loro lo tirano fuori. L’oro si tira più facilmente fuori dagli uomini che dai fiumi. Per noi dunque qui una città sorga; e si chiami Mahagonny, cioè: trappola!”

Nasce la città dove tutto è permesso, Mahagonny, lì bastano pochi soldi per gin, whiskey, donne, sigari e ozio. La notizia del paradiso lussurioso si diffonde facendo arrivare da ogni dove tanta gente in cerca di consolazione dal grigiore del lavoro e dalle ristrettezze economiche.
Jenny, valigie pronte, s'intrufola in città assieme a sei prostitute:

“Mostrateci la via del vicino whiskey-bar
ma non chiedeteci il perché
Se non lo troviamo
ti dico, moriremo…
Se non troviamo il dollaro facile
ti dico, moriremo”



Jim Mahoney, Jack, Bill e Joe reduci da sette anni di duro lavoro come taglialegna in Alaska decidono di fermarsi a Mahagonny e Jim, guida del gruppo, unisce i suoi giorni in città a quelli di Jenny.


Inaspettatamente un uragano attenta alla vita di Mahagonny, Jim, stanco della monotonia e della falsa pace tra gli abitanti basata su assurdi divieti, inventa un gioco distruttivo connaturato a una morale del tutto soggettiva:

"perché innalzare torri smisurate
se non possiamo abbatterle poi e farci una risata?
Quel che é piano diverrà curvo,
quel che si erge domani cadrà:
ma gli uragani a che servono?
Perché i tifoni, perché?
A che serve un uragano, allora?
Cos'è di tremendo un tifone,
può farselo l'uomo, può farselo l'uomo da sé!"


Atto II - L'uragano ha aggirato Mahagonny e prosegue oltre
Mahagonny è salva, l'uragano ha proseguito la sua corsa di distruzione in un'altra direzione.
Jim e gli abitanti si lasciano andare alla notte del terrore secondo i precetti cantati dal taglialegna; ora tutto sarà lecito.
"Prima di tutto c'è il mangiare,
poi l'amore ci vorrà,
terzo la boxe non ti scordare,
quarto bere finché ti va.
Ma sopratutto attenti qua:
nessun divieto più varrà."

Jack divora carne sino a morire; Begbick e Moses s'occupano di dare agli uomini le ragazze per appagarne la sete d'amore; Joe, minuto e debole, affronta a boxe il gigante Trinity Moses lasciandoci la pelle. Infine Jim, s'ubriaca offrendo da bere a tutti ma non ha più denaro e nemmeno Jenny gli concede un prestito, senza soldi Jim non ha più valore a Mahagonny e finisce in carcere.



Atto III - I processi a Mahagonny non erano peggiori che altrove
Jim è condannato a morte. Begbick legge la sentenza:

"Per non aver voluto pagare
un'asta e tre bottiglie di whisky,
per questo tu sei condannato a morte, Jimmy Mahoney.
Per mancanza di soldi,
ch'è il delitto più grande
che ci sia sulla terra!"

Jim è condotto al patibolo, "la gioia che ho comprato non era gioia, la libertà acquistata non era libertà". Sulla cortina di scena appare la scritta:

"Esecuzione e morte di Jim Mahoney, a molti questa esecuzione spiacerà, ma forse neanche lei, caro signore, avrebbe tirato fuori i soldi per salvare il nostro tagliaboschi. Tale é la stima del denaro ai giorni nostri"

Mahagonny é in fiamme, manifestanti innondano le vie portando in alto cartelli di protesta tra loro contraddittori; Moses si veste come un Dio e urla, annaspa parole di giudizio; Bill, Tobby, Jenny e Fatty gli rispondono: "Sta pur certo che all'inferno non andremo, noi, perché all'inferno siamo stati sempre". Qualcuno trasporta nella confusione degli eventi la bara di Jim e l'opera si chiude:
"Potrai ben parlar dei suoi bei giorni
potrai pure scordarli i suoi bei giorni,
potrai rivestirlo come vuoi,
non potrai salvarlo un uomo morto.
Non potrai salvar né lui né alcuno!"

martedì 2 marzo 2010

Lavorare ieri stancava, oggi deprime


"... Nella società borghese il capitale è indipendente e personale,
mentre l'individuo attivo è dipendente e impersonale. E l'abolizione di questo rapporto la borghesia la chiama abolizione della personalità e della libertà! E a ragione.
Si tratta però dell'abolizione della personalità, indipendenza e libertà borghesi."

Manifesto del Partito Comunista



Il lavoro, quando esiste, è precario, privo di garanzie, privilegi e... tremendamente stressante.
Gli imprenditori ritengono i dipendenti sostituibili, la voce dei sindacati grida solo in presenza di numeri sostanziosi e, chi comanda, confonde la persona con un mero costo di bilancio aziendale.
In Italia si risparmia sulle risorse umane e nel settore ricerca/sviluppo, in pratica sulle fondamenta del futuro di una qualsiasi attività imprenditoriale.

Le persone sono l'immagine dell'azienda. Il sorriso e la buona reputazione di un negozio, di un ufficio, si rivelano anche nelle relazioni iterpersonali dei dipendente, se il cliente trova cortesia, rispetto e attenzione, significa che è entrato in contatto con un ambiente di lavoro gratificante e vivace.

Lavorare al giorno d'oggi, significa non trovare nessuno pronto a insegnarti una professione (pensiamo ad ambienti di crescita come il giornalismo), avere il fantasma del turnover dietro le spalle, produrre sulla quantità anziché curare la qualità, ritrovarsi sovente in ambienti dove l'amore per il lavoro è nullo e questo a partire dall'alto, dallo stesso capoufficio.
E' il denaro facile e immediato a farla da padrone.

Le possibilità di carriera sono bloccate da un sistema mafioso clientelare, si vive in mezzo a capi incompetenti, immaturi, egocentrici, da cui il dipendente deve tutelarsi usando calma, humor, insomma questi boss moderni vanno ascoltati e accuditi, siamo subordinati per modo di dire perché le responsabilità importanti ci sono e non trovano la giusta correlazione con gli stipendi (retribuzioni da ultimo livello, 23esimi nei paesi Ocse).

Turnare tra i lavoratori la posizione di capoprogetto sarebbe un'ottima soluzione per dare rilievo e realizzazione personale, inoltre assicurerebbe una continua freschezza d'iniziativa priva della tensione di esser continuamente i primi della linea.


Nei tempi moderni è il denaro spietato, irresponsabile, potente a governare le mani e i pensieri delle società imprenditoriali. In questo paese immobile, in ristagno economico e ricco di ineguaglianza sociale ciò significa continuare a spargere sale sullo splendido e fecondo terreno italiano.





Le macchine che danno l’abbondanza ci hanno lasciati nel bisogno,
la nostra sapienza ci ha reso cinici,
l’intelligenza duri e spietati.
Pensiamo troppo e sentiamo troppo poco.
Più che di macchine, l’uomo ha bisogno di umanità.
Più che intelligenza, abbiamo bisogno di dolcezza e bontà.
Senza queste doti la vita sarà violenta e tutto andrà perduto.

Charlie Chaplin