martedì 22 giugno 2010

La violenza del potere

La mia modernità è vuota, gratuitamente violenta, offensiva, ignorante e ricercata con libero arbitrio davanti a una televisione spazzatura.


Il mio paese è un matrimonio d'interessi patrimoniali, una vittima della cupidigia, un baluardo del potere dove i 'forti' stanno scavando una bella fossa per nasconderci dentro la libertà d'espressione e i nobili diritti dell'essere umano. Credetemi, su quella tomba, gli assassini saranno capaci di portare i fiori.


Il mio stato 'moderno' è oppressore e la massa uno stolto burattino, gli bastano graziosi fili luccicanti per legarsi alla mano del padrone.


Si usa la violenza quando le parole non bastano, meglio,
dovrei dire 'quando le menzogne non bastano'.
Il silenzio/assenso del paese è il mio grande lutto.






Ballata delle madri


[...] Madri servili, abituate da secoli
a chinare senza amore la testa,
a trasmettere al loro feto
l'antico, vergognoso segreto
d'accontentarsi dei resti della festa.
Madri servili, che vi hanno insegnato
come il servo può essere felice
odiando chi è, come lui, legato,
come può essere, tradendo, beato,
e sicuro, facendo ciò che non dice.
Madri feroci, intente a difendere
quel poco che, borghesi, possiedono,
la normalità e lo stipendio,
quasi con rabbia di chi si vendichi
o sia stretto da un assurdo assedio.
Madri feroci, che vi hanno detto:
Sopravvivete! Pensate a voi!
Non provate mai pietà o rispetto
per nessuno, covate nel petto
la vostra integrità di avvoltoi!
Ecco, vili, mediocri, servi,
feroci, le vostre povere madri! [...]

Pasolini

venerdì 4 giugno 2010

Né carne, né pesce



Pubblico il racconto con cui ho partecipato a Coop for Words 2010
per chi ha voglia di imbarcarsi in questa letlura...



Né carne, né pesce

A mio nonno, conosciuto solo nella dignità dei ricordi; nato in un giorno della stagione del sole e compagno della libertà.
Giovanna


I - L'ombra della disavventura. Simone.

"Che occhio! Guarda che roba!" dissi buttando la faccia sopra il catino d'acqua.
"Shh!" La vecchia mi mise una mano rugosa sulla bocca, con l'altra reggeva un lumino per scorgere la bolla d'olio dentro la bacinella. "Un occhio t'ha guardato, un occhio t'ha invidiato e l'altro il cuore via s'è portato. Padre Eterno caccia il malocchio, entra buona sorte. Nel nome di Maria questo male se ne vada via!"
La vecchia baciò il crocifisso appeso alla corona del rosario, tracciò per tre volte il segno del Padre, Figlio e Spirito Santo a pelo d'acqua e abbassò il capo sfiorando la mia testa di bimbo, ne percepii l'alito. "Vai a casa, dì alla mamma di pregare. Corri prima dei problemi!"
Fuori dalla porta m'attendeva il cane del quartiere, era grasso e ringhiava. Volevo farmi aiutare ma papà si sarebbe arrangiato. Doveva esistere una via di fuga. Tenni le gambe inchiodate a terra e scesi col busto a prendere un sasso conservando la guardia sul nemico. Quando lanciai la pietra il cane spaventato inseguì il sasso e, io corsi via a passi svelti alzando la polvere. Da tre giorni non pioveva, laggiù nelle campagne piatte come tavoli da apparecchiare senza carne né pesce, sotto il caldo estivo d'una giornata del 1925.

Elisabetta mi strinse al petto, ero l'ultimo dei suoi quattro figli e adoravo mangiare l'odore di farina, sudore e latte del suo grembiule.
"Papà, senti qualcosa?" disse lei. I grandi occhi scuri di Giovanni, in grado d'affascinare una moglie di dieci anni più in gamba di lui, si socchiusero. "Niente, è tardi, a letto."
Io mi chiamo Simone, sono un bambino pieno di sogni che ama papà, uno dei tanti puntini attaccato agli altri puntini dell'universo. Mio padre al paese lo chiamano lo 'stregone' perché legge i libri ed esercita l'intuito e, spesso, ci azzecca. A me piace seguirlo a pulire la cacca dei conigli, a dissotterrare le patate nell'orto, gli rubo pure qualche romanzo d'avventura meglio se coi corsari o i moschettieri. Quando guardo le mie mani, già lunghe e affusolate, penso a come potrò somigliargli ma le mani di papà sono piene di pallini gonfi di prurito e dello stesso colore del sangue, per il lavoro in conceria, così mi ha spiegato mamma.


II - La fabbrica stonata. Giovanni.

Arricciai il naso fissando gli abiti nell'armadio e feci scivolare in avanti qualche attaccapanni, scelsi la solita camicia grigia rattoppata sui gomiti. Sapevo d'esser destinato a una ramanzina. Mia moglie Elisabetta scuoteva il capo. "Metti la camicia nera. Finirai zoppo come il sindacalista."
"Non voglio, perché non mi piace."

I polmoni non sono più quelli d'un tempo caro mio, mi dissi imbracciando le redini della bicicletta, quando ti fai tre chilometri tutti i giorni con l'acqua, il sole, la nebbia, lo senti che la chimica della fabbrica ti ha corroso la salute. La conceria serve a mandare avanti la famiglia mica a passare il tempo. Eccolo il mostro, un capannone di pietra e ferro; sembra minacciarti che da lì non si smuove, lui mica si piega facilmente, non è fatto di carne e sentimenti. Eccolo invece Rolin, paonazzo per il vino dell'osteria e le notti bianche. La moglie ha le crisi del respiro, quella s'alza e ansima che pare una moribonda, se ne sta al centro della cucina seduta a braccia conserte, un fantasma muto. Uno per forza passa le notti lisce con tutti i pensieri che ti frullano per la testa, le preoccupazioni sono come le cose buone, una tira l'altra.
Rolin aprì le braccia sconfortato. "Giovanni facciamo protesta. Mia moglie è malata e dormo poco. Ogni giorno in fabbrica subisco la spocchia dei caporali, non si può andare avanti così, non ne posso più! Siamo malati pure noi, abbiamo la pelle piena di chiazze e qualcuno sta diventando sordo."
Io volevo e non potevo, mi fermavano quattro figli. Il senso di colpa accompagnò ogni incastro di attrezzi sino a far scivolare la giornata al tramonto.
Il caso è buffo, gioca a stupirti coi fili della corrente. Uno di questi fili spuntava da sotto il water e ogni maledetta volta che un operaio andava per bisogni rischiava di beccarsi un brivido sotto ai piedi. I primi episodi sono stati divertenti, il compagno Augusto corso fuori dalla toilette con le braghe calate mostrando il sedere a prugna secca e la segretarietta che ne aveva fatto una questione di pianto dando sfogo alle ire della capo contabile. Oggi, io avevo tirato l'acqua e quella scossa, fulminea e crudele, m'aveva stancato. Uscii dal bagno, posai una mano sulla spalla di Rolin e dissi: "Io ci sono."


III - Lo sciopero. Elisabetta.

"Simone incarta bene il panino... non farlo cadere a terra."
"Mamma? Papà porta anche il vino?"
"Oggi sta ai cancelli" gli risposi senza guardarlo in volto, poteva scorgermi la paura sul viso "i cancelli, c'è lo sciopero."
"Quindi?"
"Protestano, roba da grandi e la fabbrica si sentirà inutile senza le sue formichine laboriose."

Le nove di sera, sono sola e siedo guardando il camino spento. Ho mandato a letto i bambini, non voglio storie. Giovanni è fuori casa, ancora. Stanca per pregare, per immaginare, per piangere; sono una corda tesa. Quando lo vedo rientrare il cuore pare sprofondare e rialzarsi. Giovanni ha il volto pallido, è sporco di terra ma, Dio, é tutto intero e cammina alla perfezione. La mia vita sta intera. Io gli bacio le mani, lui mi guarda. “Domani, in fabbrica, devo mettere la camicia nera... non mi piace amore”.

mercoledì 2 giugno 2010

La locura